Il 16 ottobre 2005, il vicepresidente del Consiglio regionale della Calabria, Francesco Fortugno, fu assassinato a Locri, nel giorno delle primarie dell’Unione. Mentre si trovava all’esterno del seggio allestito in Palazzo Nieddu del Rio, fu raggiunto da cinque colpi di pistola sparati da un sicario a volto coperto. L’omicidio scosse profondamente la Calabria e l’intero Paese, evidenziando la pervasiva influenza della ‘ndrangheta nelle istituzioni locali.
Fortugno, medico di professione e attivo nel sindacato, aveva intrapreso la carriera politica con la Democrazia Cristiana, successivamente aderendo al Partito Popolare Italiano e infine alla Margherita. La sua elezione a vicepresidente del Consiglio regionale nel 2005 rappresentava un impegno concreto per la legalità e il riscatto civile della regione.
Le indagini rivelarono che l’omicidio era legato alla volontà della ‘ndrangheta di esercitare il controllo sulla sanità calabrese, settore in cui Fortugno stava cercando di contrastare infiltrazioni mafiose. Secondo gli inquirenti, l’assassinio mirava a favorire l’ingresso di Domenico Crea, esponente politico vicino ai clan, nel Consiglio regionale. Crea fu successivamente arrestato nel 2008 nell’ambito di un’inchiesta sulla sanità.
Nel 2009, quattro membri della ‘ndrangheta furono condannati all’ergastolo per l’omicidio di Fortugno: Alessandro Marcianò e suo figlio Giuseppe, accusati di aver ordinato l’assassinio, Salvatore Ritorto, l’esecutore materiale, e Domenico Audino, complice. La Corte di Cassazione confermò le condanne nel 2012.
L’omicidio di Francesco Fortugno non solo evidenziò la pervasiva influenza della ‘ndrangheta nelle istituzioni locali, ma suscitò anche una reazione civile senza precedenti. Migliaia di studenti scesero in piazza con lo slogan “Ammazzateci tutti”, manifestando contro la mafia e l’omertà. La sua morte divenne simbolo di un risveglio collettivo contro la criminalità organizzata e per la difesa della legalità.
Oggi, a distanza di anni, la memoria di Francesco Fortugno continua a vivere attraverso iniziative culturali, commemorazioni e l’impegno delle nuove generazioni nella lotta alla ‘ndrangheta. La sua figura rimane un faro di speranza e determinazione per una Calabria libera dalla criminalità.










