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Camorra Ponticelli: l’ombra della vendetta dei clan alleati sull’omicidio di Mario Volpicelli

Luciana Esposito di Luciana Esposito
3 Marzo, 2021
in Cronaca, In evidenza
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Camorra Ponticelli: l’ombra della vendetta dei clan alleati sull’omicidio di Mario Volpicelli
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L’efferato omicidio di Mario Volpicelli, 62enne dipendente di una merceria, è uno dei delitti di camorra che ha maggiormente colpito e commosso l’opinione pubblica.

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Uno degli agguati più impietosi compiuti dalla camorra di Napoli est che tutt’oggi rivendica verità e giustizia.

Un delitto sul quale concorreranno a far luce le dichiarazioni rese dai recenti collaboratori di giustizia, un tempo legati alla malavita ponticellese e che oggi stanno aiutando gli inquirenti a ricostruire intrecci e dinamiche correlate ai fatti di sangue che si sono avvicendati nel corso degli ultimi anni.

Se inizialmente a tenere banco era l’ipotesi investigativa che attribuiva quell’omicidio ai De Micco che avrebbero ucciso Volpicelli per inviare un messaggio al nipote in carcere, Gennaro Volpicelli, affiliato proprio al clan dei “Bodo”, affinchè rivedesse la sua decisione di collaborare con la giustizia, di recente, continua ad emergere uno scenario ben diverso che ricostruisce una dinamica, un movente, un mandante ed un esecutore che vertono in tutt’altra direzione.

Mario Volpicelli, stimato e benvoluto da tutti, si guadagnava da vivere lavorando come commesso in un negozio “Tutto 50 centesimi” in via Bartolo Longo, spaccandosi la schiena tutto il giorno tra gli scaffali, eppure non faceva mai mancare a nessuno un sorriso e una parola gentile. Il 62enne era sposato con la sorella dell’ex boss di Ponticelli Ciro Sarno e secondo il quadro ricostruito di recente, proprio quel vincolo di parentela lo avrebbe condannato a morte. 

Un omicidio che si collocherebbe nell’ambito della cosiddetta “vendetta contro i parenti dei pentiti dei Sarno”, ovvero, in quel sanguinoso vortice di omicidi e raid intimidatori che hanno fatto seguito alle condanne in via definitiva per gli autori della strage del Bar Sayonara. Il commando di fuoco che entrò in azione l’11 novembre del 1989 uccise 6 persone, tra cui 4 innocenti.

A 27 anni di distanza da quella tragedia, proprio nel 2016 sono giunte le sentenze definitive da parte della Cassazione.

Ciro, Antonio e Giuseppe Sarno, Giovanni, Ciro e Gennaro Aprea, Vincenzo Acanfora, Luigi Piscopo, Gaetano Caprio, Roberto Schisa, Pacifico Esposito: vengono al carcere a vita. Sedici anni per Giuseppe Esposito.

Determinanti le dichiarazioni rese dai fratelli Sarno, in particolare dall’ex numero uno della cosca di Ponticelli, Ciro Sarno che ha fornito la sua versione dei fatti: “Non volevo che venissero coinvolte persone innocenti. È una strage che ancora mi pesa. È uno degli episodi più eclatanti e che ancora mi pesa, anche in ragione del fatto che, sebbene sia stato il mandante dell’azione, di certo non volevo gli esiti che poi si sono avuti”. L’obiettivo principale dell’agguato era Antonio Borelli, fedelissimo di Andrea Andreotti. In un verbale del 28 agosto 2009, Ciro Sarno ha ricostruito minuziosamente le fasi della strage, partendo dalla preparazione dell’agguato. ‘O sindaco ha spiegato che lo stato di alterazione dei killer lasciava presagire che potesse accadere “qualcosa di brutto” e per questo, il suo più grande rimpianto resta non essere intervenuto per annullare l’azione criminale che ha poi decretato la morte di quattro persone innocenti. E che, paradossalmente, dopo più di 20 anni, ha condannato a morte altre vite estranee alle dinamiche camorristiche. 

Il fine pena mai incassato dagli uomini d’onore di Napoli est che non hanno rinnegato la camorra scegliendo di non intraprendere la strada del pentimento, sarebbe il motivo che ha innescato non solo quel vortice di omicidi, ma soprattutto l’alleanza tra i clan in declino della periferia orientale partenopea.

Minichini, Schisa, De Luca Bossa, Aprea: clan ridotti in miseria proprio dal tramonto dell’era dei Sarno, legati a filo doppio agli imputati condannati all’ergastolo in via definitiva proprio per la strage del Sayonara. A fare da collante tra i vari membri dell’alleanza è proprio l’odio verso i fratelli Sarno, un tempo “re della camorra” di Napoli est, oggi traditori da punire e dei quali vendicarsi. Ad ogni costo. 

E, in effetti, a pagare il prezzo più alto per sedare il livore di vendetta covato dai parenti degli ergastolani, sono delle vite innocenti, estranee alle dinamiche camorristiche. Questo non conta per gli interpreti della nuova generazione camorristica del “triangolo della morte”, pronta a tutto pur di saldare quel “conto aperto” con i fratelli Sarno.

Immagine della scena del crimine del delitto Volpicelli
Scena del crimine del delitto Volpicelli

In barba a questa logica sarebbe maturato l’omicidio di Mario Volpicelli, freddato come un boss, con un colpo di pistola alla testa, la sera del 30 gennaio 2016, mentre rincasava a piedi, al termine dell’ennesima giornata di lavoro, stringendo le buste della spesa tra le mani. Affiancato da una moto in via Curzio Malaparte, strada che conduce a quel Rione De Gasperi che per decenni ha rappresentato la roccaforte del clan Sarno, elemento tutt’altro che di poco conto.

Un morto eccellente, maturato ai piedi dell’ex bunker dell’ex clan: una scena del crimine intrisa di significati, più o meno espliciti. A supporto dell’ipotesi che incide la firma dei clan alleati sul delitto Volpicelli, vi è anche la rapidità con la quale i sicari sono riusciti a materializzarsi sul luogo dell’agguato. Mario Volpicelli lavorava in un negozio in via Bartolo Longo, strada che dista pochi metri dal punto in cui il 62enne cognato di Ciro Sarno è stato avvicinato dai sicari che lo hanno ucciso. Un omicidio lampo che un killer che orbitava tra il Rione De Gasperi e il vicino Lotto O, non avrebbe avuto particolari difficoltà a compiere. 

Mario Volpicelli e Michele Minichini
Mario Volpicelli e Michele Minichini

Secondo alcuni rumors di quartiere, i collaboratori di giustizia avrebbero già rivelato alla magistratura il nome dell’esecutore materiale del delitto: Michele Minichini, detto ‘o tigre. Figlio del boss Ciro Minichini detto Cirillino, ‘o tigre non ha mai fatto nulla per nascondere l’odio che cova verso i fratelli Sarno, acerrimi nemici di suo padre e di Tonino ‘o sicco, fedelissimo alleato di Cirillino. Ancor più nota la fama da killer spietato e assetato di sangue di cui godeva Minichini e che lo portava a farsi avanti, senza esitazioni, quando c’era da compiere qualche azione delittuosa per conto di quell’alleanza nella quale ha ricoperto il ruolo di sicario cinico e senza scrupoli.

La camorra parla anche e soprattutto attraverso un linguaggio in codice ben preciso e molto facile da decifrare per i suoi interpreti, in quest’otica emerge un dettaglio tutt’altro che trascurabile che concorrerebbe a confermare che ci sia la firma di ‘o tigre sull’omicidio di Mario Volpicelli: l’agguato è avvenuto il 30 gennaio, alla vigilia di San Ciro. Uccidendo il cognato di ‘o sindaco la sera del 30 gennaio, Minichini avrebbe fatto un “doppio regalo” a due persone che portano lo stesso nome e che pertanto il giorno seguente avrebbero festeggiato l’onomastico. Un cadeau che avrebbe conferito un ulteriore motivo di gioia per il padre “Cirillino”, malgrado le pene legate alla carcerazione e che, al contempo, avrebbe “guastato la festa” all’ex boss di Ponticelli, Ciro Sarno, costringendolo così ad associare in eterno, al giorno del suo onomastico, uno degli eventi più tristi della storia della sua famiglia, riconducibile ad un lutto impossibile da superare.

Seppure estraneo alle dinamiche camorristiche, a Mario Volpicelli non verrà mai riconosciuto lo status di vittima innocente della criminalità: anche in questo caso, a condannarlo, è il pesante cognome di sua moglie.

 

 

 

 

 

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