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2 novembre 1975: la notte del delitto Pasolini

Redazione Napolitan di Redazione Napolitan
1 Novembre, 2020
in Arte & Spettacolo
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2 novembre 1975: la notte del delitto Pasolini
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pasolini-1-2“Abbiamo perso un poeta, e di poeti non ce ne sono tanti nel mondo, ne nascono solo tre o quattro dentro un secolo. Quando sarà finito questo secolo Pasolini sarà tra i pochissimi che conteranno come poeta. La sua fine è stata al tempo stesso simile alla sua opera e dissimile da lui. Simile perché egli ne aveva già descritto, nella sua opera, le modalità squallide e atroci, dissimile perché egli non era uno dei suoi personaggi, bensì una figura centrale della nostra cultura, un poeta che aveva segnato un’epoca, un regista geniale, un saggista inesauribile.” 

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Con queste parole lo scrittore Alberto Moravia commentò la tragica scomparsa di Pier Paolo Pasolini: poeta, scrittore, regista, sceneggiatore, drammaturgo ed editorialista italiano, il cui assassinio, – avvenuto nella notte del 2 novembre del 1975– rimane uno dei grandi casi irrisolti della storia italiana. Pasolini è considerato uno dei maggiori artisti e intellettuali italiani del XX secolo, dotato di un’eccezionale versatilità culturale, fu un attento osservatore della trasformazione della società dal secondo dopoguerra sino alla metà degli anni settanta, suscitò spesso forti polemiche e accesi dibattiti per la radicalità dei suoi giudizi, assai critici nei riguardi delle abitudini borghesi e della nascente società dei consumi italiana, come anche nei confronti del Sessantotto e dei suoi protagonisti. Il rapporto con la sua stessa omosessualità è stato al centro del suo personaggio pubblico.

L’omicidio fu commesso da un “ragazzo di vita“, il 17enne Pino Pelosi di Guidonia, già noto alla polizia come ladro di auto, fermato la notte stessa alla guida dell’auto del Pasolini. Pelosi affermò di essere stato avvicinato da Pasolini nelle vicinanze della Stazione Termini e da questi invitato a salire sulla sua vettura, dietro la promessa di un compenso in denaro. Dopo una cena offerta dallo scrittore, i due si diressero alla periferia di Ostia. La tragedia, secondo la sentenza, scaturì a seguito di una lite per pretese sessuali di Pasolini alle quali Pelosi era riluttante, degenerata in un alterco fuori dalla vettura. Il giovane venne minacciato con un bastone del quale si impadronì per percuotere Pasolini fino a farlo stramazzare al suolo, gravemente ferito ma ancora vivo. Quindi Pelosi salì a bordo dell’auto dello scrittore e travolse più volte con le ruote il corpo, sfondandogli la cassa toracica e provocandone la morte.

Pelosi venne condannato in primo grado per omicidio volontario in concorso con ignoti e il 4 dicembre del 1976 con la sentenza della Corte d’Appello, pur confermando la condanna dell’unico imputato, riformava parzialmente la sentenza di primo grado escludendo ogni riferimento al concorso di altre persone nell’omicidio.

Pelosi, dopo aver mantenuto invariata la sua assunzione di colpevolezza per trent’anni, fino al maggio 2005, a sorpresa, nel corso di un’intervista televisiva ha affermato di non essere l’esecutore materiale del delitto di Pier Paolo Pasolini e ha dichiarato che l’omicidio era stato commesso da altre tre persone che a suo dire parlavano con accento “calabrese o siciliano” e avrebbero ripetutamente inveito contro il poeta gridandogli “jarrusu” (termine gergale siciliano, utilizzato in senso dispregiativo nei confronti degli omosessuali). Ha poi fatto i nomi dei suoi presunti complici solo nel creo di un’altra intervista del 12 settembre 2008. Ha aggiunto inoltre di aver celato questa rivelazione per timore di mettere a rischio l’incolumità della propria famiglia.

Trent’anni dopo la morte, assieme alla ritrattazione del Pelosi, è emersa la testimonianza di Sergio Citti, amico e collega di Pasolini, su una sparizione di copie dell’ultimo film Salò e su un eventuale incontro con dei malavitosi per trattare la restituzione. Sergio Citti morì per cause naturali alcune settimane dopo.

Un’ipotesi molto più inquietante lo collega invece alla “lotta di potere” che prendeva forma in quegli anni nel settore petrolchimico, tra Eni e Montedison, tra Enrico Mattei e Eugenio Cefis, tematica alla quale Pasolini stava lavorando attraverso la stasera di un romanzo-inchiesta.

Altri collegano la morte di Pasolini alle sue accuse a importanti politici di governo di collusione con le stragi della strategia della tensione.

Il 1º aprile del del 2010, l’avvocato Stefano Maccioni e la criminologa Simona Ruffini hanno raccolto la dichiarazione di un nuovo testimone che potrebbe aprire nuove piste investigative, proprio perché la dinamica dell’omicidio insieme ad altri elementi, ignorati dagli investigatori, lasciano emergere un’altra verità: ad ammazzarlo erano state più persone e il movente non era certo a sfondo sessuale. Nel marzo 2014 il settimanale Oggi ha pubblicato documenti inediti che, evidenziando una certa approssimazione nelle indagini, farebbero emergere un tentativo di depistaggio.

Resta il velo d’ombra sulla morte di un intellettuale considerato “scomodo” per i suoi tempi, che nelle sue opere e nelle interviste non mancava mai di denunciare il potere omologante della società dei consumi e dei mezzi di comunicazione di massa come la TV. Il ricco patrimonio che ci ha lasciato conta tra gli altri oltre 20 film, testi teatrali, raccolte di poesie, traduzioni di classici greci e latini, saggi, etc. Al giallo della morte e al successivo processo è dedicato il film Pasolini, un delitto italiano di Marco Tullio Giordana presentato alla 52ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia.

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