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Infermiera violentata alla fermata del bus a Napoli: preso l’aggressore

Redazione Napolitan di Redazione Napolitan
7 Maggio, 2020
in Cronaca, In evidenza
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Infermiera violentata alla fermata del bus a Napoli: preso l’aggressore
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unnamed Una vicenda che ha sconvolto l’opinione pubblica quella riportata dal quotidiano “La Repubblica” che ha diramato la testimonianza diretta di una donna violentata a Napoli, nel primo pomeriggio di domenica scorsa. 

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La donna, una 48enne infermiera di professione, al termine della giornata di lavoro in una struttura attualmente impegnata in progetti per l’assistenza ai malati post-covid, attendeva un bus in corso Arnaldo Lucci e si trovava da sola su una panchina nei pressi del Metropark.

In un clima surreale, con la città deserta per effetto del lockdown, intorno alle 15 di domenica 3 maggio, ha vissuto 45 minuti di terrore. 

Un immigrato irregolare di origini senegalesi, le si è avvicinato ed ha abusato sessualmente di lei. La donna ha anche riferito di aver chiesto aiuto ad una passante che però si è ben guardata dal soccorrerla. Poi è giunto il bus, il cui autista è sceso per intervenire ed è arrivata anche una pattuglia dell’esercito impegnata in pattugliamento. Infine la Polizia di Stato ha fermato l’aggressore conducendolo in carcere.

«Continuava a ripetere: “Fammi fare quello che voglio o ti uccido. Stai ferma e non urlare”. – si legge nel racconto fornito dalla vittima e riportato da “Repubblica” – Non era un uomo, era una bestia quello che per quarantacinque minuti mi è stato addosso. Era il doppio di me e tutto il suo peso era sulla mia schiena. Si arrabbiava, perché avevo i jeans troppo stretti e non riusciva a levarmeli.
Quarantacinque minuti in cui ho capito che la mia paura più forte era quella di morire…».

Inizia così il racconto della donna, in balia del suo aggressore per più di 40 minuti: “Domenica, dopo il lavoro, stavo tornando a casa, ad Avellino, e dopo aver preso la metropolitana ero arrivata alla Metropark in anticipo. L’autobus per Avellino, a causa della riduzione delle corse per l’emergenza Covid, sarebbe partito un’ora dopo. Alle due e mezza del pomeriggio non c’era anima viva, così mi sono seduta su una panchina ad aspettare. All’improvviso quest’uomo grande e grosso (un cittadino senegalese irregolare in Italia, accerterà poi la polizia, ndr) ha scavalcato una recinzione ed è venuto verso di me. Ho subito avuto paura, aveva l’aria minacciosa. Mi ha afferrato un braccio. Io ho subito pensato a una rapina: così, per salvarmi, gli ho dato la borsa. “Prendi tutto, ci sono i soldi”, ho detto. La risposta mi ha raggelato. Ha detto: “Non voglio i tuoi soldi, quelli ce li ho”. Poi mi ha strattonato e scaraventato per terra. Ho visto il mio cellulare volare via, mi ha strappato il giubbino di dosso. Ho capito che per me era finita. Mi sono accovacciata a terra per proteggermi, ma lui mi ha preso alle spalle. Con tutto il suo peso si è messo sulla mia schiena provocandomi un dolore immenso. Non saprei dire se era più forte quello fisico o quello mentale. Mi infilava le mani dappertutto e si arrabbiava perché io mi difendevo. Diceva cose assurde, come in una litania: “Ti uccido, ti devo purificare, di tolgo il fuoco che hai dentro. Devi spogliarti di tutto, vestirti e pettinarti come dico io”. Io sentivo ma non respiravo con quella mano sulla bocca. Ad ogni istante pensavo: tra poco arriva l’autobus, tra poco compare qualcuno. Resisti Francesca, resisti, tu sei più forte di lui. Ce la devi fare, devi vincere…Quarantacinque minuti, una eternità.  La città era deserta. In quarantacinque minuti non si è vista nessuna auto delle forze dell’ordine. La città non può essere abbandonata a se stessa. Le telecamere hanno ripreso tutta la violenza, ma nessuno stava guardando quei filmati in diretta, altrimenti sarebbe subito intervenuto. Usano i droni per trovare le persone che vanno sulla spiaggia nonostante l’emergenza Covid. Perché non li usano per prevenire queste e altre aggressioni?

Ho mentito per salvarmi. Gli ho detto di non farmi male perché ero incinta, gli ho detto che non riuscivo a respirare e che avevo bisogno di acqua, e poi gli ho detto che se arrivava qualcuno sarebbe stato arrestato. Ma lui continuava a cercare di strapparmi i jeans. La mia schiena era a pezzi, il collo pieno di lividi. Diceva: “Se urli ti uccido” e poi mi levava la mano dalla bocca nel tentativo di girarmi e mettermi con la schiena a terra. Mi sono aggrappata a un cassonetto dei rifiuti per impedirglielo. Fino a quando non è arrivato l’autobus…L’autista ha visto cosa stava succedendo, è sceso e ha cominciato a urlare. Intanto però è arrivato l’Esercito. Tre militari lo hanno circondato e a quel punto io sono riuscita ad alzarmi e mi sono rifugiata sull’autobus. Poi è arrivata anche la polizia, quattro volanti per bloccare quell’essere immondo. Non mi hanno lasciato più. Mi hanno portato in ospedale, per reazione mi è salita la febbre, tale è stato lo choc. La polizia ha avvertito mio marito. Hanno visto i filmati, alcuni poliziotti non ce l’hanno fatta a guardare fino alla fine per la rabbia e il disgusto. Ma voglio dire grazie alla dirigente delle volanti (il vice questore Francesca Fava, ndr), che ha capito cosa ho vissuto.”

Una donna ha visto, ma non ha soccorso la 48enne: “avrà avuto quarant’anni. Ha visto tutto. Io sono riuscita a gridare: “Aiutami, chiama la polizia, i carabinieri, ti prego”. Ma lei si è allontanata, è scomparsa. Non ha fatto nulla. Altro che solidarietà tra donne. A volte le donne, tra loro, sanno essere cattive e indifferenti. Non ho avuto le allucinazioni, è stata ripresa dalle telecamere e la polizia sta cercando di identificarla.”

La 48enne non è tornata a lavorare: “Non sono tornata a lavorare, ho dovuto vivere il dolore di mia figlia che si sente ferita come donna e come figlia. E quello di mio marito che si sente in colpa e impotente per non avermi potuto proteggere. Sono traumi che travolgono tutta la famiglia. Ma la cosa che mi fa più male è la paura che ho avuto della morte e che ora mi impedisce di sorridere. Sul mio lavoro è importante. Aiutiamo tante persone che non riescono a riappacificarsi con la vita dopo un trauma. Ora è il Covid, ma ho seguito tante donne che hanno subìto violenza. E tutto si basa sulla comunicazione. Ora mi sembra di non poter trasmettere più, a chi ne ha bisogno, l’interesse per la vita. Anche con un sorriso. Invece posso solo vivere il mio dolore.”

 

 

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