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La replica delle forze dell’ordine a Gomorra

Redazione Napolitan di Redazione Napolitan
11 Maggio, 2016
in Da Sud a Sud
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La replica delle forze dell’ordine a Gomorra
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E’ andata in onda ieri sera la prima puntata della seconda stagione di Gomorra, la fiction che ha portato sul piccolo schermo l’omonimo fortunato libro di Roberto Saviano. In contemporanea, su altro canale, veniva trasmessa la storia di una madre, Felicia Impastato, che negli ultimi anni della sua vita ha combattuto per far arrestare gli assassini del figlio, il giornalista Peppino Impastato, ucciso dalla mafia. Si tratta in entrambi i casi di storie di lotta, di storie di malavita, di storie di soprusi. Ma mentre nella seconda narrazione c’è la forza di una madre che prima vive il dramma della morte violenta di un figlio e poi spende le proprie energie per riscattarne la memoria e ottenere giustizia, nel primo, invece,  si respira ancora tutta quell’aria di riverenza e celebrazione di una realtà malavitosa, a tratti romanzata, ma di sicuro non delineante un modello da seguire.

Nato come un testo di denuncia della costrizione dei giovani napoletani/casertani ad una realtà criminale in cui l’unica alternativa era rappresentata dal nulla assoluto, Gomorra, nella versione riscritta per il piccolo schermo, ha preso le sembianze di un ossequio alla camorra. Un prototipo che rappresenta il “meglio” di una proposta per il futuro, laddove di proposte alternative non ve ne sono, se non quelle ben poco appetibili fatte di sudore e di lavoro.

Basta “fidelizzarsi”, mostrarsi intraprendenti, capaci di maneggiare un’arma e pronti ad usarla se viene chiesto dal Savastano di turno e tutto ci sarà concesso: soldi, macchine, donne e potere. Potere di gestire vita e morte di chiunque. Questo sembra essere il messaggio. Altro che educazione- Altro che insegnamento. Un vero avviamento verso il delirio di onnipotenza.

«La baldanza dei giovani a contatto con certe “proposte formative” diventa spavalderia, si trasforma in   arroganza, degenerando, poi, in prepotenza e desiderio di sopraffazione. E allora basta una pistola e non ci si fanno scrupoli a sparare, a seminare terrore, emulando quelli delle fiction perché “è così che i potenti si fanno rispettare”». Parla in modo appassionato Giulio Catuogno, Segretario Generale Provinciale di Napoli del sindacato indipendente di Polizia Co.I.S.P.

E continua: «Quando chiediamo una proposta seria per la lotta alla criminalità parliamo proprio di questo: di investire nell’educazione, ma non attraverso il finanziamento di film e di fiction dal retrogusto di apologia neppure tanto velata, bensì in qualcosa che rappresenti una vera speranza di cambiamento». «Uomini e donne delle forze dell’ordine–  continua Catuogno –  sono quotidianamente impegnati in strada con attività di prevenzione e repressione ma anche nelle scuole con progetti di educazione alla legalità. Progetti che spesso vengono tenuti in piedi solo grazie alla passione di pochi colleghi appassionati all’umano, che impegnano tempo e risorse per insinuare quel germoglio di speranza che ogni ragazzo merita. Come alternativa, come possibilità».

«Non possiamo permettere –  conclude Giulio Catuogno – che si continuino a propinare storie quali Gomorra come espressione di una realtà qual è quella partenopea. Napoli è fatta di altro. E’ fatta di una vita in atto, di un desiderio di riscatto che è molto ma molto più vicino alla storia di Felicia Impastato. E non consentiamo a nessuno, tantomeno alle fiction romanzate, di distruggere questi nostri tentativi di cambiamento».

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L'intervento di Burlando, durato oltre tre ore, ha segnato una delle fasi più intense della conclusione delle arringhe delle parti civili. L'avvocato ha sostenuto che le prove emerse nel dibattimento confermerebbero la tesi secondo cui la morte del campione avrebbe potuto essere evitata. Si tratta della posizione accusatoria della parte civile: le responsabilità penali degli imputati devono essere accertate dal tribunale.  Le richieste di condanna: nel mirino l'intero staff sanitario Nel corso dell'arringa, l'avvocato Fernando Burlando ha chiesto 15 anni di carcere per il neurochirurgo Leopoldo Luque, medico personale di Maradona, e 12 anni per Nancy Forlini, coordinatrice dell'assistenza sanitaria domiciliare. Per la psichiatra Agustina Cosachov la richiesta è di 10 anni, mentre per lo psicologo Carlos Díaz il legale ha invocato una pena di cinque anni. Infine, ha chiesto quattro anni di reclusione ciascuno per l'infermiere Ricardo Almirón e per Mariano Perroni, responsabile degli infermieri. Le contestazioni comprendono, secondo le posizioni accusatorie, l'omicidio semplice con dolo eventuale per alcuni imputati e l'omicidio colposo per altri. Per il medico clinico Pedro Di Spagna, invece, Burlando ha chiesto l'assoluzione, in linea con la posizione già espressa dalla pubblica accusa.  Le richieste formulate dalla parte civile non sono condanne già pronunciate: spetterà ai giudici valutare le prove e accertare le eventuali responsabilità penali dei singoli imputati. 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di Redazione Napolitan
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Ci sono interventi che durano pochi minuti, ma che possono cambiare per sempre il destino di chi li vive. Momenti nei quali il pericolo non concede tempo per riflettere a lungo e qualcuno sceglie di andare incontro a chi è in difficoltà, mettendo a rischio anche la propria incolumità. È quanto accaduto lo scorso 12 ottobre a Foggia, durante il violento nubifragio che ha investito la città. Nel sottopasso di via Scillitani, invaso dall'acqua e trasformato in una trappola, tre donne sono rimaste bloccate all'interno di un'automobile. A intervenire è stato Fabio Perrucci, 29 anni, carabiniere scelto in servizio al Nucleo operativo e radiomobile di Foggia, che insieme a un collega ha contribuito a portarle in salvo. Una storia di coraggio che acquista un significato ancora più profondo alla luce di un precedente episodio: il 25 giugno 2025, quando prestava servizio a Pagani, in provincia di Salerno, Perrucci era entrato in un'abitazione avvolta dalle fiamme per soccorrere un anziano allettato, impossibilitato a fuggire autonomamente. Due emergenze diverse, a distanza di oltre un anno, unite dalla stessa scelta: intervenire quando una vita è in pericolo.  Il nubifragio a Foggia e il sottopasso diventato una trappola Il pomeriggio del 12 ottobre, una violenta ondata di maltempo si è abbattuta su Foggia. La pioggia intensa, accompagnata in alcuni momenti dalla grandine e da forti raffiche di vento, ha provocato allagamenti, disagi alla circolazione e numerose richieste di soccorso. Le strade si sono rapidamente riempite d'acqua, mentre diversi locali, tra cui box e cantine, sono stati invasi dalle precipitazioni. In corso Garibaldi è caduto un albero, fortunatamente senza provocare feriti. Ma tra le situazioni più critiche si è registrata quella dei sottopassi, dove l'acqua si è accumulata in pochi minuti, mettendo in difficoltà gli automobilisti. In via Scillitani il livello dell'acqua ha raggiunto circa un metro. Tre donne si sono ritrovate intrappolate nell'abitacolo della loro automobile, esposte a una situazione di grave pericolo.  È in questo scenario che è intervenuto Fabio Perrucci. Il carabiniere ha raggiunto la vettura immergendosi nell'acqua, insieme a un collega, e ha partecipato alle operazioni necessarie per liberare le occupanti e condurle in salvo. Il militare ha dovuto affrontare anche un notevole sforzo fisico per raggiungere e soccorrere tutte e tre le donne, una dopo l'altra. Un intervento nel quale la rapidità era fondamentale: in un sottopasso allagato, infatti, la situazione può peggiorare in tempi brevissimi.  Il precedente a Pagani: l'ingresso nell'abitazione in fiamme La vicenda di Foggia non è un episodio isolato nella storia professionale del ventinovenne. Il 25 giugno 2025, quando era in servizio alla Tenenza dei Carabinieri di Pagani, in provincia di Salerno, Perrucci si trovò ad affrontare un'altra emergenza. All'interno di un'abitazione avvolta dalle fiamme c'era un anziano allettato, incapace di uscire da solo. Il fumo rappresentava una minaccia concreta e, mentre si attendeva l'arrivo dei vigili del fuoco, il rischio era che l'uomo non riuscisse a resistere. Il carabiniere entrò nell'appartamento, raggiunse l'anziano, lo sollevò e lo trasportò all'esterno, sottraendolo al pericolo. Un intervento del quale rimase traccia anche in una lettera di ringraziamento inviata dal figlio dell'uomo alla Legione Carabinieri. La testimonianza della sorella: «Per me è mio fratello» Dopo aver visto le immagini del fratello impegnato nel soccorso, Sarah Perrucci ha affidato ai social la propria emozione. Il suo racconto restituisce una prospettiva diversa rispetto alla cronaca dell'intervento: quella di chi conosce la persona che si trova dietro la divisa e vive con apprensione i rischi di una professione che può imporre decisioni immediate. Un post...

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