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Storia di un amore incompiuto: I’ te vurria vasà

Redazione Napolitan di Redazione Napolitan
10 Luglio, 2015
in Musica
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Di-Capua-E-Ite-vurria-vasaNon c’è amore più intenso e sublime di quello che non si può avere: I’ te vurria vasà storia di un amore incompiuto.

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Ci sono amori idealizzati, tenuti segreti, non dichiarati o non corrisposti, ci sono amori impediti da ostacoli insormontabili, fortemente voluti e mai realizzati.

Si dice che questo tipo di amore porti a vivere esperienze uniche, a provare indescrivibili sensazioni di sofferenza ma allo stesso tempo di somma beatitudine. La persona amata diventa l’unica ragion d’essere, il primo e l’ultimo pensiero della giornata. Il suo volto è sul volto di ogni altra persona. Il suono del suo nome in quello di tutti gli altri nomi.Vincenzorusso

E’ l’amore ! Quello stesso che però poi svanisce. All’improvviso. E che quando è svanito la vita torna alla sua normalità, alla sua banalità.

A volte però può durare per sempre. Come nel caso del poeta napoletano Vincenzo Russo che amò segretamente per tutta la sua breve vita Enrichetta Marchese (nel testo una ragazza di nome Rosa).

Morì a soli ventotto anni Vincenzo, a causa di una grave malattia polmonare che lo affliggeva. E fu proprio a causa di questa malattia che il giovane non dichiarò mai il suo amore alla bella Rosa.

Il testo della canzone, di grande delicatezza, descrive un particolare momento di intimità tra due amanti. Un momento solo immaginato dall’autore, un sogno ricorrente che torturava il suo cuore.

La scena è quella di un giardino profumato di malvarosa, poco prima dell’alba, attraversato da un refolo di vento, la sua amata è lì distesa sull’erba che dorme.

Ah! Che bell’aria fresca…
Ch’addore ‘e malvarosa…
E tu durmenno staje,
‘ncopp’a sti ffronne ‘e rosa!
‘O sole, a poco a poco,
pe’ stu ciardino sponta…
‘o viento passa e vasa
stu ricciulillo ‘nfronte!

Il poeta veglia la propria donna addormentata, combattuto tra il desiderio di svegliarla con un bacio e la mancanza del coraggio necessario a rompere quel momento d’incanto. E lui è lì che la guarda incantato. Non può far altro del resto. L’amore rende impotenti! Vorrebbe baciarla ma il cuore gli suggerisce di non farlo.

I’ te vurría vasá…
I’ te vurría vasá…
ma ‘o core nun mm”o ddice
‘e te scetá…
‘e te scetá!...

Queste parole straordinarie, da sole assumono già una valenza di componimento autonomo. In esse c’è tutta la vita del giovane poeta. Tutta la sua condizione: desiderio, passione, frustrazione, paura. Perché è ovvio che quando Vincenzo scrive I’ te vurria vasà, ma ‘o core nun m”o dice e te scetà, sta pensando al suo segreto: Rosa dorme in quanto all’oscuro del suo amore.

I’ mme vurría addurmí…
I’ mme vurría addurmí…
vicino ô sciato tujo,
n’ora pur’i’…
n’ora pur’i’!…

Vincenzo Russo è sopraffatto da questo amore, da questa ossessione, non riesce più a dormire, il pensiero di Rosa, accompagna i suoi tristi giorni e le sue lunghe e tormentate notti, vorrebbe riuscire a dormire e soprattutto vorrebbe poter dormire sdraiato al suo fianco, anche solo un’ora.

Tu duorme oje Rosa mia…
e duorme a suonno chino,
mentr’io guardo, ‘ncantato,
stu musso curallino…
E chesti ccarne fresche,
e chesti ttrezze nere,
mme mettono, ‘int”o core,
mille male penziere!

E’ passione vera quella di Vincenzo che trova la sua massima espressione quando scrive E chesti ccarne fresche, e chesti ttrezze nere, mme mettono, ‘int”o core, mille male penziere!. Parole misurate certo, siamo nel 1899, ma al tempo stesso pregne di una sensualità primitiva e selvaggia.

Sento stu core tujo
ca sbatte comm’a ll’onne!
Durmenno, angelo mio,
chisà tu a chi te suonne…
‘A gelusia turmenta
stu core mio malato:
Te suonne a me?…Dimméllo!
O pure suonne a n’ato?

Con nessun’altra compagnia se non i propri pensieri, il poeta viene colto da momenti di incertezza e di dubbio, cosi preso dalla passione, che arriva ad essere geloso anche dei sogni della donna amata, un vero e proprio perdersi in essa.

I versi, composti sul finire del 1899 da Russo, furono musicati tra 1 ed 2 gennaio 1900 da Eduardo di Capua, famoso autore di ‘O sole mio, nonché amico e sodale di Vincenzo. Secondo quanto riporta la tradizione, il foglio con i versi fu consegnato da Russo a Di Capua la sera del 1º gennaio 1900 alla fine di una rappresentazione teatrale al Salone Margherita.

 

Tags: canzoni napoletaneEduardo di CapuaI’ te vurria vasàVincenzo Russo
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