Il 21 settembre 1990 Rosario Livatino aveva 37 anni. Stava andando al Tribunale di Agrigento, come ogni mattina, quando lungo la strada statale 640, tra Canicattì e Agrigento, la sua auto venne affiancata da un gruppo di sicari. Fu speronato, costretto a fermarsi e inseguito mentre tentava di fuggire. I killer lo raggiunsero e lo uccisero.
Sono trascorsi 36 anni da quella mattina, ma il nome di Livatino continua a essere legato a una delle pagine più significative della storia della lotta alla criminalità organizzata. Non soltanto per la ferocia del suo assassinio, ma per ciò che aveva rappresentato il suo modo di intendere la magistratura.
Un magistrato senza ribalta
Nato a Canicattì il 3 ottobre 1952, Livatino si laureò in Giurisprudenza a Palermo e nel 1978 vinse il concorso in magistratura. Dopo il tirocinio al Tribunale di Caltanissetta, dal 1979 lavorò come sostituto procuratore ad Agrigento, occupandosi anche di delicate indagini sulla criminalità organizzata e sui patrimoni riconducibili agli ambienti mafiosi.
Nel 1989 passò alla sezione penale del Tribunale di Agrigento, dove si occupò in particolare anche di misure di prevenzione patrimoniali. Il suo lavoro lo aveva portato a incidere su interessi criminali ed economici particolarmente rilevanti.
Era un magistrato giovane e riservato, lontano dalla ricerca della notorietà. Nel diario, il giorno in cui prestò giuramento, scrisse parole che oggi restituiscono il senso che attribuiva al proprio ruolo: «Che Iddio mi accompagni e mi aiuti a rispettare il Giuramento».
Quel giuramento, per Livatino, non era una formula burocratica. Era una responsabilità quotidiana.
La mafia lo aveva messo nel mirino
Le indagini successive all’omicidio ricostruirono il gruppo responsabile dell’agguato e i mandanti. Secondo quanto emerso nei procedimenti giudiziari, Livatino era diventato un obiettivo per la sua attività giudiziaria e per la sua rigorosa indipendenza.
La Commissione per le Cause dei Santi ha ricostruito anche il particolare significato attribuito alla sua fede: gli ambienti mafiosi lo consideravano difficilmente avvicinabile e impermeabile a tentativi di corruzione proprio per la sua integrità e per la sua adesione religiosa.
La mattina del 21 settembre 1990, mentre cercava di sottrarsi all’agguato, Livatino fu raggiunto dai suoi assassini. Aveva meno di 38 anni.
Il primo magistrato beato
Trentuno anni dopo la sua morte, il 9 maggio 2021, Rosario Livatino è stato proclamato Beato nella Cattedrale di Agrigento, durante una celebrazione presieduta dal cardinale Marcello Semeraro.
La Chiesa ha riconosciuto il suo martirio in odium fidei, collegando la sua uccisione anche alla testimonianza cristiana vissuta attraverso l’esercizio della magistratura. Livatino è diventato così il primo magistrato nella storia della Chiesa cattolica a essere proclamato beato.
La sua memoria non è però rimasta confinata alla dimensione religiosa. La sua figura continua a essere proposta nelle scuole, negli uffici giudiziari e nelle iniziative dedicate alla legalità e alla lotta alla criminalità organizzata.
Proprio oggi, 21 settembre 2026, il Consiglio Superiore della Magistratura ha previsto una visita nei luoghi legati alla memoria di Livatino, con una deposizione della corona presso la stele che ricorda il luogo dell’agguato sulla statale 640.
E a Caltanissetta il 36° anniversario viene ricordato con l’incontro “Il valore della scelta – Vita, lotta e legalità”, rivolto soprattutto agli studenti delle scuole superiori.
La scelta come eredità
La storia di Rosario Livatino non è soltanto la storia di un magistrato assassinato dalla mafia. È la storia di una scelta.
La scelta di esercitare una funzione pubblica senza piegarla alle convenienze. Di lavorare senza trasformare il proprio ruolo in una vetrina. Di continuare a fare il proprio dovere in una terra nella quale quel dovere poteva diventare una condanna a morte.
A distanza di decenni, il modo più concreto per ricordarlo non è soltanto pronunciarne il nome davanti alla stele dove fu ucciso, ma interrogarsi su cosa significhi, ancora oggi, fare il proprio dovere quando sarebbe più semplice voltarsi dall’altra parte.











