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Ponticelli, estorsione da 30mila euro a un imprenditore: “A noi non ci ferma nessuno”, tre arresti

Luciana Esposito di Luciana Esposito
9 Marzo, 2026
in Cronaca, In evidenza
0
Ponticelli: Furto di corrente. Carabinieri denunciano sei persone
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Riflettori accesi su Ponticelli, un quartiere sempre più in balia delle minacce degli esponenti del clan De Micco, l’organizzazione che detiene un controllo capillare ed egemone del territorio. Una supremazia conquistata collezionando una sfilza di azioni dimostrative, violente, efferate: a partire dall’omicidio di Enrico Capozzi, il 37enne che aveva denunciato i suoi estorsioni e li aveva fatti condannare. Un omicidio che ha seminato paura e omertà tra commercianti e imprenditori che temendo di andare incontro allo steso destino, hanno patito in silenzio le vessazioni e le angherie del clan.

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Tuttavia, grazie al coraggio di qualche imprenditore il solido muro di omertà che accompagnava le pratiche estorsive a tappeto inscenate dal clan, inizia a scardinarsi per effetto delle prime denunce che stanno facendo scattare le manette per diverse figure di spicco dei cosiddetti “Bodo”.

Dopo la denuncia del proprietario di una villa per cerimonie del quartiere che ha portato all’arresto di Vincenzo Valentino detto ‘o veloce, la denuncia di un altro imprenditore concorre a infliggere un secondo, durissimo colpo al clan.

Secondo quanto emerso dalle ricostruzioni investigative, l’incubo per il responsabile amministrativo di una storica azienda di Ponticelli sarebbe iniziato lo scorso 5 febbraio quando, nel tardo pomeriggio, due uomini con il volto coperto, a bordo di uno scooter, si sarebbero presentati davanti ai cancelli della ditta intimando all’imprenditore di presentarsi immediatamente in zona per parlare con un uomo indicato come “Peppe”, verosimilmente uno degli attuali ras del clan De Micco.

«Vieni immediatamente a Ponticelli dietro al garage a parlare con Peppe, mo mo devi venire». Un ordine secco, nel linguaggio tipico della camorra. L’imprenditore decide però di ignorarlo. È solo il primo segnale di una pressione che nei giorni successivi diventerà sempre più insistente.

Quattro giorni dopo, la situazione si aggrava. Davanti alla sede dell’azienda arriva una Lancia Y blu con a bordo tre uomini. Dall’auto scende Ferruccio Camassa, classe 1984, già noto alle forze dell’ordine e stimato essere uno dei luogotenenti dei cosiddetti “bodo” nella zona del “Parco di Topolino”, storico arsenale dei De Micco. Nell’abitacolo restano Vincenzo Valentino e Salvatore Borriello, presenze silenziose ma eloquenti, utilizzate come ulteriore forza di intimidazione.

Camassa non perde tempo e si presenta chiaramente come referente del clan delle “Palazzine di Topolino”. Il messaggio che porta con sé arriva direttamente dal carcere.

Secondo quanto ricostruito dagli investigatori, l’ordine sarebbe stato trasmesso da Fabio Riccardi, detto “Fabiolino”, figura di spicco del clan, attualmente detenuto, tramite Giuseppe Borriello, alias “Peppe Chupa Chups”.

La richiesta è esplicita e senza margini di trattativa: «Loro vogliono 30.000 euro».

Una cifra pesantissima che rientra nel sistema di estorsioni utilizzato dai clan per finanziare l’organizzazione e sostenere economicamente gli affiliati detenuti.

L’imprenditore, nel tentativo di prendere tempo e scoraggiare gli esattori, prova a spaventarli spiegando che l’azienda è collegata alle forze dell’ordine attraverso il sistema di videosorveglianza, ma il giorno successivo Camassa torna alla carica. Questa volta arriva a bordo di una Jeep Renegade grigia e ribadisce che “Peppe Chupa Chups” non vuole sentire ragioni: i 30mila euro devono essere pagati per intero.

A quel punto, l’imprenditore ha deciso di rivolgersi ai carabinieri.

Lo scorso 16 febbraio mentre l’imprenditore stava percorrendo via Carlo Miranda, la strada che costeggia proprio i palazzoni che in gergo vengono denominati “case di Topolino” è stato affiancato dalla solita Jeep con a bordo Camassa che lo hanno costretto ad accostare.

Durante il confronto emerge un dettaglio inquietante: un cambio negli equilibri criminali del quartiere.

«Adesso a comandare ci sta…», dice Camassa, lasciando intendere che la leadership del gruppo è cambiata perché Peppe “Chupa Chups” sarebbe in fuga, ovvero latitante perché verosimilmente ricercato dalle forze dell’ordine.

Confuso, l’imprenditore chiede a chi debba realmente consegnare il denaro. La risposta dell’esattore è rivelatrice delle tensioni interne al clan: «Adesso comanda lui perché Peppe Chupa Chups va fuggendo… io te lo voglio dire, non so come prende questa risposta perché Peppe non ragiona».

Alla fine, per convincere la vittima a pagare, viene persino prospettata la possibilità di rate mensili.

Il momento più drammatico arriva il 19 febbraio: Camassa si presenta di nuovo nel piazzale dell’azienda per riscuotere.

L’imprenditore, disperato, prova a guadagnare altro tempo offrendo 500 euro di anticipo.

La reazione dell’esattore è furiosa: «Non hai capito niente, Peppe sta aspettando solo la mia risposta, adesso mi tolgo di mezzo e te la vedi tu e loro».

Poi la frase che riassume la spavalderia del clan. Camassa fa riferimento all’arresto del complice Vincenzo Valentino, finito in manette pochi giorni prima, e aggiunge:

«Hai visto ad Enzo? Lo hanno arrestato! La gente pensa che noi ci fermiamo… a noi non ci ferma nessuno».

Le minacce però non hanno sortito l’effetto sperato: l’imprenditore ha collaborato con carabinieri fornendo anche le immagini delle telecamere di videosorveglianza dell’azienda. Le indagini hanno portato il Gip del Tribunale di Napoli Donatella Bove a disporre la custodia cautelare in carcere per Ferruccio Camassa, Vincenzo Valentino e Salvatore Borriello.

Nonostante il clima di paura e la consapevolezza dei rischi, l’imprenditore ha deciso di non piegarsi alle richieste della camorra e di denunciare. Una scelta che rompe il meccanismo del silenzio su cui si fonda attualmente il potere del clan. Denunciare significa esporsi, soprattutto in quartieri dove la presenza criminale è radicata e spesso percepita come inevitabile, ma significa anche contribuire a spezzare il circuito dell’estorsione che soffoca l’economia locale e costringe molte attività a vivere sotto minaccia costante.

Quella dell’imprenditore di Ponticelli non è solo una vicenda giudiziaria. È il racconto di un territorio dove lo Stato e la criminalità organizzata continuano a contendersi spazio e consenso.

Ogni denuncia contro il racket rappresenta un tassello fondamentale nella lotta alla camorra. Ma allo stesso tempo mette in luce una verità spesso dimenticata: la resistenza alla criminalità non è fatta solo di indagini e arresti, ma anche di cittadini e imprenditori che scelgono di non abbassare la testa.

In quartieri come Ponticelli, dove per anni il silenzio è stato la regola, ogni atto di coraggio diventa un segnale che dice che la paura esiste, ma non sempre vince.

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