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13 gennaio 2018: ucciso a 18 anni perché scambiato per una “spia”, la storia di Giuseppe Parretta

Redazione Napolitan di Redazione Napolitan
12 Gennaio, 2026
in Cronaca
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13 gennaio 2018: ucciso a 18 anni perché scambiato per una “spia”, la storia di Giuseppe Parretta
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Il 13 gennaio 2018 a Crotone si verificò un fatto di sangue che lasciò un’intera comunità attonita: il diciottenne Giuseppe Parretta fu brutalmente ucciso a colpi di pistola nel centro storico della città calabrese da un vicino di casa, Salvatore Gerace, di 56 anni e già noto alle forze dell’ordine. La tragedia avvenne in via Ducarne, all’interno di un’abitazione che ospitava anche la sede dell’associazione “Libere Donne”, fondata e presieduta da Katia Villirillo, madre di Giuseppe e da anni attiva nel contrasto alla violenza di genere. 

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Secondo quanto ricostruito dagli investigatori, Gerace era convinto, senza alcun fondamento, che Giuseppe stesse facendo la spia ai carabinieri su di lui e sulle sue attività. La sua mente era ossessionata da visioni persecutorie e da un senso di “complotto” contro di lui, culminato con un gesto di violenza insensato e devastante. Quel pomeriggio Giuseppe si trovava in casa con la madre, la fidanzata e altri familiari quando Gerace, impugnando un revolver legalmente non detenuto, fece irruzione e sparò più colpi, raggiungendo il giovane al petto, alla spalla e al fianco. Giuseppe, nel tentativo di proteggere la mamma e i suoi cari, si parò davanti a loro e fu colpito mortalmente. 

L’assassino, subito dopo il delitto, si asserragliò in casa, ma alla fine si costituì alla polizia consegnando l’arma usata. La città di Crotone reagì con profondo dolore: migliaia di persone parteciparono ai funerali di Giuseppe, accolti da striscioni, fiaccolate e un corteo che attraversò le principali vie cittadine in un clima di commozione e rabbia. Nel successivo processo, l’omicida Salvatore Gerace fu condannato all’ergastolo, pena confermata in via definitiva dalla Corte di Cassazione nel 2022, che respinse il ricorso dell’imputato e riconobbe la gravità e premeditazione del gesto. 

Oltre alla tragedia personale, la vicenda sollevò questioni più ampie sul ruolo delle istituzioni nella prevenzione delle devianze e nella tutela delle vittime, soprattutto perché Giuseppe era figlio di una donna impegnata nel sociale e il delitto avvenne proprio nella sede di un’associazione impegnata nella difesa delle donne vittime di violenza. La madre, Katia Villirillo, ha poi espresso più volte il suo dolore e la sua denuncia: non solo per la perdita di un figlio amato, ma anche per un presunto abbandono da parte delle istituzioni nel fornire sostegno e sicurezza dopo il dramma, denunciando una situazione di grave disagio e la difficoltà di proseguire il lavoro sociale nel luogo in cui si era consumata la tragedia. 

Giuseppe Parretta rimane ricordato non solo come una giovane vittima di un omicidio assurdo, ma anche come simbolo di un dramma più grande legato alla fragilità dei rapporti sociali, alla gestione delle paure personali e alla necessità di una più forte protezione per chi si impegna per gli altri. 

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