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Conferenza stampa della Premier: il discorso del presidente dell’Ordine nazionale dei giornalisti

Redazione Napolitan di Redazione Napolitan
9 Gennaio, 2026
in In evidenza, News
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Conferenza stampa della Premier: il discorso del presidente dell’Ordine nazionale dei giornalisti
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Di seguito riportiamo l’intervento di apertura di Carlo Bartoli, presidente nazionale dell’Ordine dei giornalisti, alla Conferenza stampa della Presidente del Consiglio.

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Gentile Presidente,
La ringrazio per essere ancora una volta con noi nell’appuntamento organizzato dall’Ordine nazionale dei giornalisti e dall’Associazione della stampa parlamentare. Prima di iniziare, permettetemi di rivolgere un commosso pensiero alle famiglie e agli amici di giovani morti o gravemente feriti nel rogo di Crans Montana.

Il 2025 è stato un anno molto difficile per i giornalisti. Abbiamo assistito alla più grande strage di colleghi. In Ucrainasono stati uccisi 28 operatori dei media, spesso colpiti in modo consapevole e diretto. Oltre trecento i giornalisti palestinesi assassinati dall’esercito israeliano nella striscia di Gaza per oscurare la tragedia che si è consumata. Non a caso, abbiamo per ben due volte lanciato un appello affinché la stampa internazionale possa entrare a Gaza. E, sia chiaro, criticare il governo di Israele non significa giustificare i rigurgiti di antisemitismo che condanniamo senza esitazione.

Sulla sicurezza degli inviati in zone di guerra abbiamo apprezzato l’impegno del governo per la formazione e per i fondi destinati a garantire una copertura assicurativa per i freelance. La sicurezza dei giornalisti, tuttavia, è in pericolo anche in Italia.  La bomba sotto l’auto di Sigfrido Ranucci; la testa mozzata di capretto davanti la porta di casa di Giorgia Venturini; le sassate durante una manifestazione che hanno ferito Elisa Dossi e Davide Bevilacqua. L’elenco è molto lungo. Altrettanto lungo è l’elenco di capitani d’industria e della finanza, di presidenti e allenatori di calcio, di sindaci e assessori, e purtroppo anche di esponenti delle istituzioni che denigrano, discreditano e diffamano indiscriminatamente chi fa informazione. Lo voglio denunciare senza mezzi termini: sono atteggiamenti che contribuiscono a alimentare un clima di aggressione verbale e fisica nei confronti dei giornalisti, legittimando di fatto comportamenti da codice penale.

Non a caso, la Criminalpol nei primi sei mesi del 2025 ha censito 81 casi di aggressioni e minacce a giornalisti, uno ogni due giorni con un aumento di poco inferiore al 100% rispetto al 2024. Sono numeri preoccupanti, anche se è doveroso ringraziare il Centro di coordinamento per la sicurezza dei giornalisti al Ministero dell’Interno e le forze dell’ordine per l’impegno a contrastare questi fenomeni.

Per l’osservatorio Ossigeno informazione, lo scorso anno 93 giornalisti sono stati oggetto  di querele temerarie, ossia di iniziative giudiziarie infondate e finalizzate esclusivamente a intimidire e far tacere i giornalisti. L’Italia continua ad essere il Paese con il maggior numero di querele per diffamazione ed esorbitanti richieste di risarcimento danni. Oltre l’80% di questi procedimenti viene archiviato o si conclude con una assoluzione. Spesso dopo molti anni. Chi presenta una querela intimidatoria deve essere punito e non con un buffetto. Per questo, riteniamo che il modo con cui è stata recepita la Direttiva europea sulle querele intimidatorie sia un’occasione persa.

Ci inquieta lo scandalo delle captazioni illegali degli smartphone di diversi giornalisti, tra cui il direttore di Fanpage Francesco Cancellato. Attendiamo ancora che si scopra chi e perché ha fatto spiare i giornalisti in spregio alle leggi italiane ed europee.

L’autonomia dei giornalisti viene messa in discussione anche dal profondo mutamento nell’editoria. Ci preoccupa la svendita di quel che rimane del gruppo Gedi, il destino di due quotidiani storici come Repubblica e Stampa e il futuro di Radio Radicale. Tutto questo mentre web e social media continuano ad essere terra di nessuno con pochi manovratori il cui scopo è quello di arricchirsi, con le grandi piattaforme digitali che saccheggiano impunemente il lavoro dei giornali, non pagano tasse e non rispondono dei reati commessi.

Particolarmente dolorosa è la mancanza di una norma che assicuri un equo compenso a decine di migliaia di giornalisti. Una recente ricerca ha scattato una fotografia drammatica del lavoro autonomo e parasubordinato. La media delle retribuzioni per i giornalisti freelance è di 17mila euro l’anno; per i Cococo di circa 11mila. Parliamo di lordo. In entrambi i casi siamo sotto la soglia dei mille euro al mese netti, cifra con cui è impossibile vivere dignitosamente.

Ripeto anche quest’anno che nel dicembre 2023 il Consiglio nazionale dell’Ordine dei giornalisti ha consegnato al Ministero della Giustizia la proposta di tabelle per l’equo compenso definite sulla base di una legge che come prima firmataria reca il suo nome, gentile Presidente. In 25 mesi il ministro non ha ritenuto di dare attuazione, per i giornalisti, a una legge dello Stato. Adesso, poi, le leggi sull’equo compenso stanno per diventare tre: una legge speciale di 13 anni fa, una legge ordinaria di tre anni fa e un disegno di legge sulle professioni in discussione al Senato. Nessuna, però, trova applicazione. Al parlamento e al governo chiediamo di decidere presto. Le condizioni in cui versano migliaia di colleghi sono inaccettabili, mentre gran parte dei proprietari dei giornali, quelli che pagano compensi da fame, compaiono nella lista degli uomini più ricchi d’Italia. Una cosa intollerabile, una vergogna per un Paese civile.

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