Il 6 dicembre 2001, a Calatabiano (CT), venne assassinato, con un colpo di fucile alla tempia all’ingresso del suo agrumeto, Carmelo Benvegna, ex rivenditore d’auto in pensione e vittima di racket per aver denunciato i suoi estorsori. Aveva 56 anni, era originario di Taormina.
Benvegna non era un nome qualsiasi. Qualche tempo prima dell’omicidio, aveva avuto il coraggio di ribellarsi al racket: aveva denunciato pubblicamente gli estorsori che gli chiedevano il pizzo, contribuendo all’arresto dei responsabili, affiliati al clan Clan Cinturino, attivo nella zona ionico-etnea.
Due anni prima dell’omicidio, era già scampato a un agguato: quella volta, l’arma dei sicari si era inceppata.
Quel pomeriggio, nei pressi di un cancello all’ingresso del suo agrumeto, sulla strada statale 114, vicino all’imbocco della provinciale per la frazione di San Marco, Benvegna stava compiendo un gesto semplice, ordinario: stava entrando nel fondo per recarsi dall’amico cane a cui portava cibo. Accanto a lui un furgone Fiat Fiorino e un secchio rimasto lì, con il cibo per l’animale.
All’apertura del cancello, è stato raggiunto da un solo, micidiale colpo di fucile calibro 12, caricato a pallettoni, sparato alla tempia da distanza ravvicinata. Secondo i carabinieri accorsi, l’uomo è morto sul colpo.
Le indagini, condotte dal nucleo operativo di Giarre con la Procura distrettuale antimafia di Catania, subito puntarono l’attenzione sul racket delle estorsioni. Molti segnali indicavano chiaramente la mano del clan: il fatto che si trattasse di un morto che aveva denunciato, già vittima di minacce e di un tentativo di omicidio, rese l’ipotesi vendicativa la più accreditata.
All’epoca dell’omicidio, le forze dell’ordine e le istituzioni chiesero risposte immediate: serviva tutela per chi denunciava il racket, protezione per chi metteva la legalità davanti alla paura.
Benvegna pagò con la vita la scelta di opporsi al racket. Ma il suo sacrificio non è stato vano: la sua vicenda, come quella di tanti altri, è diventata parte del patrimonio di memoria collettiva contro le mafie.
In un’Italia che troppo spesso conta le vittime come cifre, la storia di Benvegna ricorda che dietro ogni nome c’è un volto, una vita spezzata, una famiglia che attende giustizia.











