Era il mattino del 21 ottobre 1992 quando l’imprenditore 58enne Vincenzo Feola, titolare della “Appia Calcestruzzi” con stabilimento in viale Carlo III a San Nicola la Strada, in provincia di Caserta, fu ucciso poco dopo le ore 6 dentro la sua azienda. Era arrivato per aprire la ditta, a bordo della sua Mercedes, fece appena in tempo ad aprire il cancello quando fu crivellato di colpi da sicari della camorra.
Le indagini successive hanno ricostruito che si trattava a tutti gli effetti di un’esecuzione mafiosa: l’imprenditore si era rifiutato di sottostare al sistema di racket e monopolio impiantato dal Clan dei Casalesi nella fornitura di calcestruzzo in provincia di Caserta.
Feola operava nel settore delle cave e della produzione di calcestruzzo, un ambito economico strategico in Terra di Lavoro. L’imprenditore era entrato nel consorzio CEDIC Calcestruzzi, creato dal boss Antonio Bardellino e gestito poi dal clan Casalesi, che imponeva a tutti gli aderenti il versamento di una tangente: circa 2.000 lire per ogni metro cubo di calcestruzzo distribuito. Quando Feola decise di uscire dal consorzio, rifiutando di pagare e rivendicando una libertà imprenditoriale ormai sempre più difficile, scattò la condanna a morte.
Secondo le dichiarazioni di collaboratori di giustizia, l’omicidio fu pianificato con cura: Feola venne seguito nei suoi spostamenti dall’esecutore materiale, entrò nella sua azienda la mattina presto, fu sorpreso dai killer e colpito da numerosi colpi d’arma da fuoco all’interno della sua auto. L’azione fu ben pianificata e orchestrata: specchiettista, “appostamento”, esecuzione mattutina. Un messaggio esplicito per chiunque avesse pensato di sottrarsi al racket.
L’indagine, avviata ufficialmente in modo effettivo a partire dal 2015 grazie alle dichiarazioni di pentiti come Nicola Panaro e Cipriano D’Alessandro, ha permesso di rintracciare i mandanti e gli esecutori materiali.
Nel 2017 furono emesse ordinanze di custodia cautelare nei confronti di quattro persone – tra cui i boss Francesco Bidognetti (“Cicciotto ’e mezzanotte”) e Francesco Schiavone (“Ciccariello”) – ritenute responsabili dell’omicidio.
In un ulteriore passaggio, la Corte di Cassazione ha confermato pene definitive per alcuni imputati: 30 anni per Bidognetti, 14 anni per Ettore De Angelis.
La figura di Vincenzo Feola è diventata simbolo della lotta quotidiana degli imprenditori onesti contro il sistema mafioso. Una testimonianza di coraggio e anche una vittima innocente della criminalità. Il suo rifiuto di continuare a “pagare” il consorzio del cemento ha segnato non solo la sua fine, ma ha acceso i riflettori su un fenomeno che, negli anni ’90, condizionava ampiamente l’economia legale della provincia di Caserta.
Ucciso per aver osato ribellarsi a un sistema di estorsioni camorristiche, la sua storia è una pagina fondamentale della memoria della Campania e dell’Italia intera. La sua vicenda ci ricorda che la libertà economica e la dignità di un’impresa sono valori che vanno difesi, anche quando le minacce sono reali e letali. Il suo nome resta tra quelli che, con il coraggio, hanno provato a cambiare le regole del gioco.










