Il 16 ottobre 1943, noto come il “Sabato nero”, Roma fu teatro di uno degli episodi più tragici della Shoah italiana. Alle prime luci dell’alba, le truppe naziste delle SS, coadiuvate dalla polizia fascista della Repubblica Sociale Italiana, circondarono l’ex ghetto ebraico della capitale, arrestando circa 1.259 ebrei romani, tra cui 689 donne, 363 uomini e 207 bambini. L’operazione, eseguita con violenza e senza preavviso, colpì una comunità che, pur essendo stata oggetto di discriminazioni razziali dal 1938, non aveva mai subito una persecuzione così sistematica.
Le persone arrestate furono rinchiuse nel Collegio Militare di Palazzo Salviati, in via della Lungara, e successivamente trasferite alla stazione ferroviaria di Tiburtina. Il 18 ottobre, un convoglio composto da diciotto vagoni piombati partì per Auschwitz, dove la maggior parte dei deportati perì. Solo 16 di loro sopravvissero.
Questo evento segna un punto di svolta nella storia della persecuzione degli ebrei in Italia, evidenziando la complicità del regime fascista nell’attuazione della “soluzione finale” nazista. La memoria di questa tragedia è custodita in vari luoghi di Roma, come il Museo della Shoah e il Memoriale della Deportazione, e viene commemorata annualmente con cerimonie e marce silenziose, affinché le nuove generazioni non dimentichino.











