La strage di Castel Volturno, nota anche come “strage di San Gennaro” per la vicinanza con la festività del santo patrono di Napoli che si celebra il 19 settembre, rappresenta una delle pagine più drammatiche e simboliche della recente storia criminale italiana. Avvenuta il 18 settembre 2008 nella località di Baia Verde nel comune di Castel Volturno, in provincia di Caserta, la strage fu un’azione militare e intimidatoria portata a termine dal clan dei Casalesi, una delle organizzazioni camorristiche più potenti e spietate della Campania, in particolare della fazione guidata da Giuseppe Setola, responsabile di un’ondata di violenza indiscriminata nel corso di quell’anno. Intorno alle ore 21, un commando armato fece irruzione davanti a una sartoria frequentata da cittadini africani, in gran parte impegnati in attività artigianali e commerciali lecite.
Senza alcun preavviso, i killer aprirono il fuoco con armi automatiche, esplodendo decine di colpi e uccidendo sul colpo sei uomini: Samuel Kwaku, Francis Antwi, Eric Affum Yeboah, Alex Geemes, Cristian Ndoj, e Elvis Otchere. Un settimo uomo, Joseph Ayimbora, fu colpito gravemente ma riuscì miracolosamente a sopravvivere, diventando testimone chiave nel processo che seguì. Le vittime erano tutti immigrati africani, provenienti da Ghana, Togo e Liberia, regolarmente residenti in Italia o in attesa di asilo, senza alcun legame con la criminalità organizzata. La loro colpa, nella logica camorristica, era quella di far parte di una comunità migrante che iniziava a ritagliarsi spazi economici autonomi nella zona, soprattutto nella filiera del lavoro informale, nella vendita al dettaglio e nei servizi, minacciando – agli occhi del clan – la supremazia della camorra sul territorio. L’obiettivo della strage, dunque, era duplice: lanciare un segnale di forza al territorio e alle forze dell’ordine e intimidire le comunità africane che, non piegandosi al controllo del clan, cominciavano a rappresentare un’anomalia. Il messaggio era chiaro: nessuno può fare affari o muoversi a Castel Volturno senza l’autorizzazione del clan. La reazione all’eccidio fu immediata e forte. La notizia fece il giro d’Italia e del mondo, e per la prima volta la questione dell’integrazione, del razzismo e della presenza mafiosa nei territori a forte immigrazione divenne un tema centrale nel dibattito pubblico. Il giorno dopo la strage, centinaia di cittadini africani scesero in strada a Castel Volturno per manifestare contro l’omicidio dei loro connazionali.
Le proteste si fecero tese, con scontri con le forze dell’ordine e barricate improvvisate, in una delle più forti mobilitazioni antirazziste e antimafia da parte di comunità migranti mai viste in Italia. Il governo italiano, sotto pressione mediatica e politica, rispose con un’operazione repressiva d’impatto: oltre mille uomini tra militari, polizia e carabinieri furono inviati nella zona, vennero organizzati centinaia di posti di blocco, retate e perquisizioni nei palazzi occupati, ma anche espulsioni e arresti, molti dei quali ai danni di cittadini stranieri non regolari. Tuttavia, l’aspetto più rilevante di quella risposta fu sul piano giudiziario: grazie alle indagini coordinate dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli e alla testimonianza del sopravvissuto, Joseph Ayimbora, nel giro di pochi mesi furono identificati e arrestati tutti i componenti del commando e soprattutto il mandante della strage, Giuseppe Setola, che fu catturato nel gennaio 2009 dopo una lunga latitanza e una rocambolesca fuga. Setola, capo dell’ala militarizzata dei Casalesi, era stato protagonista di una campagna di terroreche nel solo 2008 fece registrare più di 20 omicidi in pochi mesi. Per la strage di Castel Volturno, lui e i suoi complici sono stati condannati all’ergastolo. La Corte ha riconosciuto nella strage un crimine a sfondo razziale e mafioso, aggravato dalla volontà di esercitare un controllo terroristico sulla popolazione. Nel corso degli anni, la strage è diventata simbolo della battaglia contro la camorra e il razzismo. Ogni 18 settembre, le associazioni locali, i gruppi antirazzisti e le comunità religiose organizzano fiaccolate, marce della memoria e momenti di riflessione. A Castel Volturno è stata installata una lapide commemorativa che riporta i nomi delle sei vittime, diventate – loro malgrado – martiri di un sistema che continua a marginalizzare e sfruttare. La “strage di San Gennaro”, come ancora viene chiamata per la tragica coincidenza temporale con la festa del santo patrono di Napoli, ha lasciato un segno profondo nella coscienza collettiva. Non solo per l’atrocità del gesto, ma perché ha rivelato in maniera lampante il cortocircuito tra criminalità organizzata, immigrazione, degrado urbano e assenza dello Stato. Castel Volturno, già da anni teatro di un’emergenza abitativa e sociale, si è mostrato al Paese come laboratorio di convivenze difficili, ma anche di resistenza civile.
La lezione lasciata da quella notte di sangue è ancora oggi attuale: senza giustizia sociale, senza integrazione vera, senza una lotta seria contro le mafie, episodi simili possono ripetersi. Il ricordo delle vittime, però, continua a vivere nella memoria collettiva, non solo per commemorare, ma per ricordare che ogni vita ha valore, al di là della provenienza, del colore della pelle o dello status giuridico. La strage di Castel Volturno è, a tutti gli effetti, una ferita ancora aperta, che interroga le coscienze di chi crede in una società più giusta, libera e solidale.










