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Camorra Ponticelli: “Senza l’Alleanza di Secondigliano, la mia famiglia avrebbe fatto la fame”

Luciana Esposito di Luciana Esposito
15 Aprile, 2021
in Cronaca, In evidenza
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Camorra Ponticelli: “Senza l’Alleanza di Secondigliano, la mia famiglia avrebbe fatto la fame”
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vele-di-scampiaLa guerra di camorra esplosa a Ponticelli lo scorso ottobre e che, da allora, seguita a tenere banco, malgrado sporadiche battute d’arresto, sarebbe frutto di una precisa ed attentamente pianificata azione di epurazione interna ai gruppi camorristici che operano nell’ambito della sfera di influenza, indirizzo e controllo della Alleanza di Secondigliano. Un Cartello camorristico che vanta una solida e longeva alleanza con alcuni clan dell’area orientale di Napoli, in primis con i De Luca Bossa, per effetto di un patto nato contestualmente alla scissione dal clan Sarno, voluta da Antonio De Luca Bossa, fondatore dell’omonimo clan che rinnegò il suo passato da fedelissimo e spietato killer dell’organizzazione del rione De Gasperi per fondare la sua cosca autonoma. Forte del supporto dell’Alleanza di Secondigliano, clan storicamente ostile ai Sarno, Tonino ‘o sicco – questo il soprannome di Antonio De Luca Bossa, derivante dalla sua corporatura esile – pianificò l’attentato rivolto al boss Vincenzo Sarno, in cui invece perse la vita il nipote del boss, Luigi Amitrano. Era il 25 aprile 1998 e Antonio De Luca Bossa mise la firma sul primo attentato stragista con autobomba in Campania. Agguato per il quale è stato condannato in via definitiva all’ergastolo.

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L’autobomba, inserita nel ruotino di scorta della Lancia Delta con la quale Luigi Amitrano accompagnava suo zio Vincenzo Sarno ogni domenica a firmare, perchè sottoposto alla sorveglianza speciale, fu confezionata a Giugliano in Campania una settimana prima dell’attentato e consegnata ai De Luca Bossa dal ben più potente clan in cui convergono i Contini, Mallardo e Licciardi.

Un legame sopravvissuto alle faide e ai momenti di magra della cosca del Lotto O che ha potuto perennemente beneficiare del supporto economico del sodalizio camorristico attivo nell’area nord di Napoli, così come confermato dal primogenito di Tonino ‘o sicco, Umberto De Luca Bossa, che parlando con alcuni coetanei, pochi mesi prima del suo arresto, ha confessato che “se non fosse stato per l’Alleanza di Secondigliano, la sua famiglia avrebbe fatto la fame”, dando così conferma del fatto che i De Luca Bossa – compresi i membri della famiglia detenuti in carcere – abbiano potuto beneficare del sussidio economico garantito dal cartello camorristico con il quale proprio suo padre era entrato in affari negli anni ’90 con l’intento di minare l’egemonia dei Sarno a Ponticelli.

Un legame a filo doppio che, nel corso degli anni, avrebbe condizionato in vari modi il destino della cosca del Lotto O di Ponticelli: se da un lato, infatti, quell’alleanza ha garantito un provvidenziale supporto economico, dall’altro rappresenterebbe uno dei motivi principali per i quali tra le fila del clan De Luca Bossa non si registra la presenza di collaboratori di giustizia. 

Ad onor del vero, Anna de Luca Bossa, sorella di Tonino ‘o sicco, nel 2014 aveva deciso di passare dalla parte dello Stato, tant’è vero che il 29 luglio dello stesso anno firma un verbale in cui rilascia delle dichiarazioni spontanee, per poi tornare sui suoi passi. Una decisione maturata 9 giorni dopo l’agguato in cui rimase ferita in via Aldo Merola, nei pressi della villa comunale di Ponticelli, probabilmente per vendicarsi, ma poi ha ritrattato le sue dichiarazioni, consapevole di quanto può essere salato il conto che la camorra presenta ai “Pentiti”.

Secondo il quadro ricostruito dagli inquirenti per far luce sui recenti fatti di sangue che si sono avvicendati a Ponticelli, ci sarebbe la regia dell’Alleanza di Secondigliano dietro al cartello De Luca Bossa- Minichini-Casella, animato da una violenta contrapposizione, scaturita dalla pretesa degli affiliati, radunatisi sotto la guida del detenuto Antonio De Martino e della madre  Carmela Ricci, di rifiutare la posizione di emarginazione imposta dal vertice dell’organizzazione nella ripartizione dei proventi dei traffici illeciti e delle cosiddette mesate alle famiglie dei detenuti. Questi i motivi alla base della rottura degli accordi tra gli “XX” – sigla identificativa del clan De Martino – e i De Luca Bossa- Minichini-Casella.

Dalle indagini avviate per far luce sulle circostanze in cui è maturata la faida di camorra tuttora in atto a Ponticelli, è infatti emerso che a partire dal settembre 2020 la famiglia De Martino è venuta meno ai patti relativi alla spartizione dei proventi derivanti dalle attività estorsive e dal controllo delle piazze di spaccio di Ponticelli, iniziando ad operare senza autorizzazione dei vertici e rifiutandosi di versare le relative quote al clan egemone.

Determinanti nel ricostruire lo scenario camorristico che si respira a Ponticelli, le dichiarazioni rese dai collaboratori di giustizia Tommaso Schisa – figlio della “pazzignana” Luisa De Stefano e dell’ex Sarno Roberto Schisa, entrambi condannati all’ergastolo – e da Rosario Rolletta, ex contiguo al clan De Martino, vittima di un agguato lo scorso 2 novembre e che proprio in seguito a quell’evento ha maturato la decisione di passare dalla parte dello Stato.

In seguito alla faida tra i D’Amico e i De Micco che ha tenuto banco dal 2014 al 2016 e che ha consacrato la leadership di questi ultimi fino al 2017, da anni si registra la sostanziale egemonia dei clan alleati, cartello camorristico nel quale convergono i Minichini-De Luca Bossa, oltre ai Rinaldi e ai Cuccaro-Aprea, alleati all’alleanza di Secondigliano.

Malgrado il duro colpo inflitto al clan De Micco dal blitz che nel novembre del 2017 fece scattare le manette per 23 figure di spicco dell’organizzazione, alcuni fedelissimi della cosca hanno tentato di opporsi alla forza egemone dei clan alleati, radunandosi sotto la guida di Francesco De Martino che, seppure detenuto, riusciva ad essere presente sul territorio beneficiando di permessi premio e della moglie Carmela Ricci, di fatto poi divenuta punto di riferimento del clan in seguito all’arresto dei figli Antonio e Giuseppe De Martino, unitamente al figlio minore che, pur continuando a rappresentare un proprio gruppo, a seguito dell’arresto della madre, si vide costretto a riconoscere la supremazia camorristica del cartello Minichini-De Luca Bossa, nel quale sarebbe poi confluita anche la famiglia Casella, principalmente rappresentata da Giuseppe Righetto.

Quest’ultimo, scarcerato nell’ottobre del 2019 insieme ai fratelli Edoardo, Giuseppe e Vincenzo Casella, si è immediatamente inserito nelle dinamiche camorristiche locali, ricoprendo un ruolo di punta anche e soprattutto nell’alleanza con i De Luca Bossa. Fratellastro dei Casella, cresciuto nel Rione De Gasperi di Ponticelli, o’ blob ha assunto una condotta ben meno prudente rispetto a quella dei tre figli riconosciuti dal defunto boss “Pachialone”.

Un’egemonia protetta e rilanciata anche attraverso mirate azioni armate, al fine di preservare gli interessi illeciti comuni, garantiti anche dalla confluenza di ogni profitto criminoso in un’unica cassa. Un’insieme di circostanze che delineano un radicamento ben definito sul territorio delle famiglie camorristiche operanti a Ponticelli, principalmente espressione del cartello criminale Minichini-De Luca Bossa-Casella e così distribuite: in via Luigi Franciosa e strade limitrofe, zona indicata anche come “aret’ ‘a Barra” è insediata la famiglia Casella, mentre il Rione Fiat è sotto il dominio del clan De Martino. Il Lotto 0 e il Lotto 10 sono controllati dal clan De Luca Bossa, mentre nel Rione Conocal, l’egemonia del clan Aprea – insediatosi nello storico bunker del clan D’Amico per espresso volere del clan De Luca Bossa – è di recente minata dalla presenza di un nuovo cartello camorristico, costituito da giovani di età compresa tra i 15 e i 23 anni e legati proprio al clan dei “fraulella”. Infine, nelle “5 torri “, opera un gruppo riconducibile ai De Luca Bossa-Minichini-Casella, capeggiato da due referenti.

Un assetto geografico destinato a mutare per effetto dei nuovi equilibri che inevitabilmente verranno introdotti dagli esiti della faida ancora in corso.

 

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