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Da giovedì 20 a domenica 23 febbraio, al Teatro Stabile di Napoli: il thriller psicologico “In casa con Claude”

Redazione Napolitan di Redazione Napolitan
19 Febbraio, 2020
in Arte & Spettacolo
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Da giovedì 20 a domenica 23 febbraio, al Teatro Stabile di Napoli: il thriller psicologico “In casa con Claude”
Share on FacebookShare on Twitter

in-casa-con-claude-locandina-web Un interrogatorio di polizia serrato e avvincente tra un rigido ispettore e un ragazzo omossessuale vittima di emarginazione e pregiudizio che confessa un omicidio senza apparente movente, ma anche un viaggio all’interno della mente del giovane, immerso in un caotico mix di dipendenze e immaginari distorti. Ha tutti gli elementi di un thriller psicologico lo spettacolo “In casa con Claude”, tratto dall’omonima opera del drammaturgo canadese René Daniel Dubois, riadattato e diretto da Giuseppe Bucci in programma al Teatro Stabile d’Innovazione Galleria Toledo (via Concezione a Montecalvario, 34) diretto da Laura Angiulli, giovedì 20 febbraio alle ore 20,30, con repliche venerdì 21 e sabato 22 febbraio alle ore 20.30 e domenica 23 febbraio alle ore 18 (Biglietti: intero 15 euro, ridotto 12 euro, under 35 10 euro).

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In scena Ettore Nigro, nel ruolo dell’investigatore, e Mario Autore che veste i panni dell’assassino. Lo spettacolo è prodotto da Piccola Città Teatro, progetto #quartiereospiti, con i costumi di Teresa Acone, le scene di Filippo Stasi, le musiche di Jo Coda e la grafica di Claudia Scuro.

Cosa scatta nella mente di una persona che, in modo autonomo, si dichiara colpevole dell’omicidio commesso, pur se consapevole che mai sarebbe stato indagato dalla polizia? Cosa porta un giovane marchettaro a ricattare un giudice e usare la stampa per tenere sotto scacco il sistema giudiziario, riuscendo così ad evitare la galera? Un ispettore, stremato dal lungo interrogatorio che va avanti già da trentasei ore, scandaglia ogni parola, gesto, sussulto dell’assassino per far venire alla luce le motivazioni che l’hanno spinto all’insano gesto.

Il testo di René Daniel Dubois, – si legge nelle note di regia – scritto negli anni Ottanta e incentrato sull’emarginazione degli omosessuali, ancor più se inclini alla prostituzione e al consumo di droghe, risveglia due tematiche eterne e contrapposte: il pregiudizio e l’amore. Il testo originale è stato adattato: sono state eliminate le connotazioni storiche e geografiche per non confinare la vicenda in un tempo o in un luogo, sono stati eliminati due personaggi e delle ridondanze per amplificare l’efficacia della drammaturgia. I pregiudizi – che non colpiscono solo la natura sessuale degli individui ma producono discriminazioni di ogni genere – risuonano tristemente ancora oggi. C’è chi crede, poi, che le persone ritenute diverse, proprio in nome di questa presunta diversità, non abbiano il diritto di vivere apertamente i propri sentimenti, anzi siano del tutto immeritevoli di provare l’amore. Ancor di più se si parla di persone che conducono vite ai margini della società, come escort, trans, tossicodipendenti. Ci si dimentica, però, che ogni esistenza custodisce in sé il desiderio di amare e di essere amato, condizione che viene macchiata dall’imposizione di una società che intende decidere quale modello di individuo sia meritevole d’amore e chi invece non lo è.

Yves è un ragazzo che si prostituisce, la sua più che una scelta è una dipendenza. Vive di notte, gira per i locali alla ricerca di clienti, è disincantato e indurito, convinto di essere incapace di sostenere un rapporto d’amore. Lo ritroviamo stremato, nella stanza di un ispettore al Palazzo di Giustizia, da oltre trentasei ore sta subendo un interrogatorio massacrante al quale si è sottoposto volontariamente, dichiarandosi colpevole di un omicidio che sembra non avere movente. L’unico ipotizzabile, anche per l’ispettore che lo ha davanti da ore e ore, è l’incapacità di intendere e di volere, per droga o per follia, eppure il giovane non mostra alcun segno che possa avvalorare la tesi.

Ecco dunque il confronto-scontro tra l’ispettore di polizia, apparentemente rigido ma profondamente umano, che vive l’interrogatorio come una sfida personale; e Yves, esausto, spaesato e pronto a battersi come una belva. Nella mia visione l’assassino sfugge alle domande con veri e propri tilt della mente, che lo riportano alla sua vita “normale”, fatta di discoteche, droghe e prostituzione. Il giovane si batte fino alla fine pur di non rivelare, né all’ispettore né a se stesso, il motivo di un gesto così assurdo. L’interrogatorio subisce quindi un’oscillazione costante: da un lato il manifestarsi dell’immaginario del giovane di cui sono intrise le sue fibre costitutive, dall’altro la volontà dell’ispettore di entrare nella testa di Yves per costringerlo poi a ritornare alla realtà della stanza. Ci riuscirà e la confessione sincera offrirà una verità inimmaginabile.

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