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19 gennaio 2014: la malavita calabrese brucia vivo un bambino di tre anni

Redazione Napolitan di Redazione Napolitan
19 Gennaio, 2018
in Da Sud a Sud, In evidenza
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19 gennaio 2014: la malavita calabrese brucia vivo un bambino di tre anni
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nicola-campolongo-cocoCassano Ionio (CS), 19 gennaio 2014 – In un’auto bruciata vengono ritrovati i resti del piccolo Nicola Campolongo, di appena 3 anni, insieme a quelli di suo nonno, Giuseppe Iannicelli, di 52 anni e della compagna marocchina di quest’ultimo, Ibtissam Touss, di 27 anni. Sul tettuccio della macchina la firma degli assassini: una moneta da 50 centesimi.

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Un omicidio che matura nell’ambito di un regolamento di conti legato allo spaccio di stupefacenti in Calabria.

Tanto basta per uccidere un bambino di tre anni, seppure Cocò – così veniva chiamato affettuosamente il piccolo – prima di essere bruciato vivo, avesse già vissuto esperienze ben poco confacenti alla spensieratezza dei suoi anni, come quella del carcere, nel penitenziario di Castrovillari dove era rinchiusa la madre. La vita del piccolo si divideva tra il carcere e l’aula bunker del penitenziario del Pollino, dove dovette assistere all’udienza del processo antimafia che vedeva imputata la madre come appartenente a una presunta organizzazione dedita al traffico di stupefacenti. Durante il processo, Giuseppe Iannicelli, invocava la scarcerazione della figlia Antonia Maria, per poterla far tornare a casa ad accudire i figli, ovvero, il piccolo Nicola e le altre due sorelline.

Il suo corpicino viene ritrovato legato sul seggiolino di sicurezza dell’auto del nonno e dai rilievi si capisce immediatamente che quando i sicari hanno dato alle fiamme l’auto, lui era ancora vivo.

Il nonno Giuseppe Iannicelli, legato alla cosca degli zingari che gestisce il traffico della droga nella zona dell’alto Jonio cosentino, aveva tentato di assumere un ruolo autonomo e per questo motivo sarebbe stato assassinato dagli stessi affiliati. Il nonno portava sempre con sè come scudo protettivo, il piccolo Cocò, proprio per questa ragione, pensava che la presenza del piccolo bastasse a sottrarlo dalla furia omicida della mafia calabrese.

Cocò era la sua “garanzia”, almeno lui credeva che potesse esserlo. Ma quella domenica mattina di gennaio, non ci fu nessuna pietà neppure per il bambino.

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