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La strage del bar Sayonara raccontata da uno dei mandanti: Ciro Sarno detto “’o sindaco”

Luciana Esposito di Luciana Esposito
10 Novembre, 2018
in In evidenza, News
0
“Diario di una giornalista di strada”: Ponticelli, i testimoni della strage del Bar Sayonara
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155419607-e80e6d1f-633b-41b2-bb7b-2495c568c755“Sarno” è un cognome che tra le strade di Ponticelli è sinonimo di spietata e sanguinaria ferocia criminale.

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Il clan Sarno, nato alla fine degli anni ’80 quando, dopo la dissoluzione dei gruppi che facevano capo alla Nuova Famiglia, in seguito al declino della Nuova Camorra Organizzata di Raffaele Cutolo, è stato, di fatto, il cartello criminale più potente ed efferato, non solo di Ponticelli, ma dell’intero hinterland vesuviano.

Gli anni della tirannia dei Sarno furono contraddistinti da conflitti tra i vari clan che, non di rado, insorgevano per contendersi il territorio e il controllo delle attività illecite, proprio come accade oggi, generando faide e guerre di camorra.

I Sarno entrarono in conflitto prima con i clan dell’Alleanza di Secondigliano, ragion per cui, il clan vesuviano si alleò successivamente alle famiglie Mazzarella e Misso formando il cartello criminale cosiddetto Misso-Mazzarella-Sarno, egemone in buona parte di Napoli e poi contro il clan De Luca Bossa, a capo del quale vi era Antonio detto Tonino ‘o Sicco.

A capo del clan più potente della città, vi era il boss Ciro Sarno, detto ‘o Sindaco, soprannome volto sia a suggellarne l’autorità sul territorio sia il potere egemone nella designazione delle case popolari. Era “Ciruzzo ‘o sindaco”, in quegli anni, a decidere a chi spettavano gli alloggi popolari a Ponticelli. Nacquero così autentici fortini della criminalità organizzata, – dei quali il quartiere tutt’oggi subisce gli strascichi – oltre a un sentimento di servilismo e venerazione incondizionati nei confronti del boss che tutto poteva e tutto decideva.

A sfaldare il potere del clan è il pentimento del padrino Giuseppe Sarno, causato da divergenze avute con i fratelli sulla gestione del clan. Un gesto tanto inaspettato quanto inaccettabile per chi vive nel rispetto delle regole della camorra, ma che ha sancito di fatto un punto di non ritorno cruciale nella storia camorristica all’ombra del Vesuvio.

Il giorno 9 agosto 2009 si pente un altro personaggio di spicco del clan: Carmine Caniello, killer stragista, che rivela particolari importanti ai fini delle indagini circa l’omicidio di Anna Sodano, ex pentita del clan Sarno, avvenuto nel 1996.

La mattina di martedì 29 settembre 2009, i giornali locali annunciano una notizia che fece tremare la periferia orientale al ari di un terremoto: “Si è pentito Ciro Sarno”.

L’ultimo grande colpo letale per il clan Sarno, che solo pochi mesi prima era il più influente della regione Campania. Dopo le ultime rivelazioni, ulteriori pentiti e mandati di cattura, il famigerato clan viene neutralizzato completamente dall’antimafia.

Il boss pentito, Ciro Sarno, divenuto collaboratore di giustizia, nel corso di un interrogatorio, racconta ai pm i macabri retroscena dell’omicidio di cui fu uno dei mandanti e che portò alla strage del bar Sayonara: «È uno degli episodi più eclatanti e che ancora mi pesa, anche in ragione del fatto che, sebbene sia stato il mandante dell’azione, di certo non volevo gli esiti che poi si sono avuti».

“’O Sindaco” ricorda la preparazione dell’agguato, c’erano già le avvisaglie che sarebbe accaduto qualcosa di brutto: «Prima che (i killer, ndr) partissero venni chiamato da parte da mio cugino Esposito Pacifico, che era preoccupato per il fatto di aver notato che quelli di Barra erano tutti drogati e quindi poco lucidi per un’azione del genere. Gli dissi di non preoccuparsi e diedi il via all’azione. Io e mio fratello – racconta Sarno – ci andammo a posizionare su un lastrico solaio di un edificio del parco Vesuvio, da cui si dominava tutta la scena e l’intero rione. Le prime notizie che mi giunsero, portatemi da mio cugino Esposito Giuseppe “’o maccarone” erano drammatiche per due ordini di ragione, sia perché mi diceva che non era stato ucciso nessuno degli uomini dell’Andreotti sia perché mi aggiungeva erano state uccise persone innocenti. Solo successivamente si apprese che invece, era rimasto a terra, oltre a quattro vittime innocenti, anche Borrelli Antonio e colpito Vincenzo Meo, che morì dopo qualche giorno in ospedale. Le auto con i killer andarono via dopo l’azione recandosi a Barra dove c’era ad attenderli Gennaro Aprea. Durante il percorso gli autori della strage furono costretti ad abbandonare una delle macchine; l’altra invece venne dato alle fiamme nelle zone di Barra. Quando fece ritorno mio cugino Sarno Ciro era ancora sconvolto da ciò che era successo. Si era infatti reso conto che erano stati colpiti degli innocenti e che invece erano riusciti a scappare gli altri appartenenti al gruppo di Andreotti. Mi parlò dei fratelli Viscovo (uno dei quali, se non erro venne ferito) e di Vincenzo Avolio. Dopo un paio di giorni, nei quali io e mio fratello Giuseppe ci allontanammo dal rione, nell’incontrarmi con De Luca Bossa Umberto pretesi da lui spiegazioni su come potesse essere successa quell’incredibile strage. Egli si giustificò dicendo che il suo obiettivo, Borrelli Antonio, era riuscito a colpirlo, inseguendolo fino a dentro la gelateria, per cui non era riuscito a controllare e a dirigere l’azione degli altri, che avevano sparato all’impazzata».

E pensare che, tra le strade di Ponticelli, tutt’oggi, c’è qualcuno che afferma che “si stava meglio quado c’erano i Sarno”.

 

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