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MALAFEMMENA: l’amore travagliato di Diana e Totò

Redazione Napolitan di Redazione Napolitan
18 Maggio, 2015
in Musica
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280_0_3660708_92418Scritta e musicata nel 1951 da Antonio Griffo Focas Flavio Angelo Ducas Comneno Porfirogenito Gagliardi De Curtis di Bisanzio, più semplicemente Antonio De Curtis in arte Totò, la famosissima MALAFEMMENA, prima di essere una canzone, è una storia.

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Nella tradizione napoletana, col termine Malafemmina, si intende definire una donna di malaffare, prostituta, volubile in amore, cattiva e ancora ballerina, canzonettista e sciantosa e come spesso accade nel dialetto partenopeo, uno stesso aggettivo può cambiare di significato a seconda degli stati d’animo, delle situazioni e dei destinatari.

La Malafemmena di Totò invece, è tutt’altro che questo.

La sua Malafemmena è una donna che fa soffrire, affascinante ed irraggiungibile, indifferente, quasi ai limiti del sadismo, alle pene d’amore che fa passare al “malcapitato” che se ne innamora.

La Malafemmena di Totò è la  storia di colei che fu la sua unica moglie, Diana, la bellissima ragazza di cui si innamorò a prima vista, per la quale si mise contro tutto e tutti, ma che finì col chiudere in gabbia, controllare, maltrattare, tradire e umiliare.

L’uomo che ci ha fatto tanto ridere, purtroppo sapeva anche come far piangere i suoi cari, in particolare la sua donna, con la quale, tuttavia, riuscì a innescare un’esplosione continua di passione e amore totale, senza il quale i due erano incapaci di vivere.

Diana, una ragazza troppo attraente, irresistibile a tutti gli sguardi che le si posano sui fianchi, sul viso perfetto, sul seno. Antonio de Curtis sente immediatamente che mai nessun’altra lo catturerà così, perciò la vuole, anche a condizione di consumarsi per la gelosia, per la paura che una donna tanto seducente possa mettere a repentaglio il suo onore. I due si innamorano quando lei ha appena 15 anni, eppure non ha paura di scoprirsi anima e corpo, non teme le mani esperte di Totò e non si esime mai dall’interpretare la parte di eroina romantica, pronta a schierarsi contro la sua stessa famiglia pur di lasciarsi rapire dal suo principe.

Diana percepì immediatamente che la gelosia ossessiva di Totò, sarebbe diventato il ‘veleno’ della loro unione, così come si rese conto subito del ruolo marginale che sarebbe stata costretta a ricoprire a fianco del lunatico marito, un uomo difficile, dai molteplici sbalzi di umore, sempre sull’attenti e troppo concentrato su se stesso e le sue ambizioni per accorgersi del dolore che le procurava.

Totò prese l’abitudine di chiuderla in camerino, mentre recitava, roso dai sospetti, perché diceva, ci si può sentire traditi anche soltanto con gli occhi.

La loro vita coniugale fu sempre alternata da furibonde litigate e tenere riappacificazioni, periodi di intesa e passione e ‘scappatelle’ sopportate dolorosamente dalla moglie.

Sempre col timore di essere tradito, nel 1939 Totò chiese e ottenne il divorzio in Bulgaria, facendolo poi deliberare in Italia, pur continuando a vivere con la moglie: era il suo modo ‘folle’ per esorcizzare l’incubo delle “corna“.

Per ritrovare l’amore, le disse un giorno, voglio tornare celibe e scoprire il gusto di averti al di fuori di ogni vincolo ufficiale. Una situazione distruttiva, per entrambi, costellata di crudeltà e di cattiverie inflitte alla moglie e destinata necessariamente a concludersi con un addio

Dopo il corteggiamento pubblico di Totò a Silvana Pampanini, sua partner nel film 47 morto che parla, Diana, esasperata per i presunti tradimenti, decise di risposarsi con l’avvocato Michele Tufaroli.

Ma nel cuore rimasero sempre uniti.

Totò allora iniziò a tormentarsi in balia dei rimorsi, di rimpianti e anche di un’aspra voglia di vendetta, perché secondo lui l’unica responsabile della fine del loro matrimonio era la moglie, colpevole di aver sopravvalutato le sue ‘scappatelle’.

Silvana Pampanini non aveva mai preso in considerazione l’idea di sposarlo e Diana, sposando un altro uomo, gli si era rivoltata contro “come un serpente”, lasciandolo solo.

L’unico conforto era la musica. E fu così che compose Malafemmena.

E tu pe nu capriccio / tutto ’e distrutto ojnè / ma Dio nun t’o perdona / ch’ello ch’ei fatto a mme.

Nei versi di Malafemmena la realtà sembra capovolta: è Totò a sentirsi tradito, abbandonato, ingannato. Diana era venuta meno al patto e viene condannata duramente dal marito quando, finalmente, toglie il disturbo per ritagliarsi un angolo di felicità altrove.

Ma Diana, per contro, dopo la morte dell’amato Totò, visse di sensi di colpa per averlo lasciato, fino a spegnersi insieme al ricordo di lui, troppo palpabile, troppo vivo, troppo presente.

Tags: Canzone napoletanaDianagelosiamalafemmenaTotò
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