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La storia di Cocò, bambino ucciso dai clan in Calabria

Redazione Napolitan di Redazione Napolitan
19 Febbraio, 2015
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La storia di Cocò, bambino ucciso dai clan in Calabria
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nicola-campolongo-cocoSi chiamava Nicola Campolongo, ma tutti lo chiamavano Cocò. Era l’ultimo dei tre figli di Antonia Iannicelli, 24 anni, finita in manette con il marito 26enne per una storia di droga nel giugno 2011 dopo l’inchiesta della DDA di Catanzaro chiamata “Tsunami” nella quale, oltre alla coppia, vennero coinvolte la zia e la nonna di Cocò. Un’intera famiglia dietro le sbarre, eccezion fatta per il nonno Giuseppe che aveva già scontato 8 anni di carcere.

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Antonia venne messa ai domiciliari, ma finì in galera per aver violato gli obblighi di legge: era andata con Nicola e le sue sorelle di 4 e 2 anni a trovare il marito, senza avere l’autorizzazione per quel colloquio. Cocò venne quindi recluso insieme alla madre, ma Franco Corbelli dell’associazione per i Diritti Civili si batté per trovare a lui e alle sorelline una collocazione più consona.

Le bambine vennero affidate a zia Simona, ai domiciliari, e il piccolo Nicola andò a vivere con nonno Peppino mentre Antonia scrisse a Corbelli: “Ho figli minori di 6 anni, perché non mi vengono concessi gli arresti domiciliari? La revoca è stata un’ingiustizia, ho solo portato i miei figli ad incontrare il loro padre”

Tuttavia, a Cassano dello Ionio, la vera tragedia non si è ancora consumata. Giuseppe Iannicelli scrive una lettera a sua moglie, nella quale mostra l’intenzione di volersi pentire e raccontare come la droga (cocaina ed eroina) arrivava in Calabria, nascosta in doppi fondi dei bagagliai delle auto dei malavitosi che la andavano a prendere al porto dove arrivava trasportata su navi mercantili provenienti dal Sud-America dopo essere passate dall’Olanda.
Nonno Peppino voleva collaborare con la legge: questo il crimine di cui si macchia agli occhi degli uomini della cosca.

Giuseppe sparisce insieme alla compagna marocchina Ibtissam “Betty” Toaussa e al piccolo Cocò il 16 gennaio 2014: vengono ritrovati 4 giorni dopo, carbonizzati. Le autopsie rivelano che i tre sono stati uccisi a colpi di pistola, e poi bruciati con 15 litri di benzina. Sulla scena una moneta, simbolo del tradimento di Peppino. Eppure, gli affiliati della ‘ndrangheta non hanno risparmiato nemmeno il piccolo Nicola, sparato alla testa come un boss.

Il Presidente dell’Osservatorio Nazionale per i diritti dei minori Antonio Marziale non usa mezzi termini: “Lo Stato ha gravi responsabilità in questa drammatica faccenda. Abbiamo un ritardo spaventoso sul tema del disagio dei bambini”

A più di un anno dalla tragedia Papa Francesco ricorda Cocò in occasione dell’Angelus ed annuncia la sua visita a Cassano dello Ionio, prevista per giugno.

 

 

Tags: 'ndranghetaAngelusCalabriaCassano dello IonioCocòdrogapapa francescoprocesso Tsunami
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