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La guerra in Palestina vista con gli occhi di chi la sente dentro

Redazione Napolitan di Redazione Napolitan
23 Luglio, 2014
in In evidenza, News
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La guerra in Palestina vista con gli occhi di chi la sente dentro
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0000002Sarit Jacobsohn si definisce “una cittadina del mondo” ed è una donna con un passato doloroso alle spalle, ma che continua a dipingere quadri pieni di colori.

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Sarit nasce a Hong Kong e i suoi primi anni di vita li passa a viaggiare in Asia con sua madre. A quattro anni si trasferiscono definitivamente a Tel Aviv.

A 18 anni, come ogni cittadino israeliano, viene arruolata nell’IDF.

A poco serve fare resistenza. Sa bene che ogni protesta la porterebbe a rimanere in prigione fino al suo “sì” coatto, quindi accetta e a malincuore si arruola.

“È stato orribile. Piangevo. Stavo male. Non ero l’unica ma, c’era chi era più bravo di me a tenere la testa bassa. Mi davano il fucile in mano e io pensavo che mai avrei potuto usarlo. Così lo tenevo scarico. Se mi avessero beccato sarebbero stati guai ma… Almeno ero sicura che anche costretta non avrei potuto nuocere a quella gente.

Il comportamento dei veterani nei confronti delle nuove leve è disgustoso. Non si contano gli stupri. Molti di loro abusano delle giovani soldatesse, le provocano. E se provano a dire di no vengono schernite. Soprusi fisici sono all’ordine del giorno. Hanno tentato di violentare anche me… Era il mio comandante, era poco più grande di me. Ho preso la pistola e l’ho minacciato, gli ho detto che non avrei esitato a sparare. Mi ha lasciata in pace. Ma io avevo capito che dovevo andarmene assolutamente.

 

Lasciare l’IDF è difficile. Ho chiesto aiuto ai miei amici artisti che erano riusciti a venire riformati. Il loro consiglio è stato chiaro: non mentire. Non fingere di essere chi non sei, lo scoprirebbero. Ma io pensai comunque di fingere di essere pazza, insomma una stravagante… Avevo già dato prova di essere una piuttosto eccentrica quando invece di dipingere le pareti delle stanze bianche le dipinsi nere, quindi non pensavo fosse difficile. Ma una volta davanti allo psicologo invece di sentirmi dire “Ok non fa per te” mi fu proposto un posto lontano dalla violenza ma comunque all’interno dell’IDF. Davanti a quelle parole scoppiai in lacrime e dissi semplicemente quello che avevo nel cuore, “Io amo i palestinesi!”. La risposta fu abbastanza cinica, “Beh, questo in effetti è un problema”. Fui riformata. Ero libera. E tremendamente triste.

Da allora ho sempre fatto quanto possibile per aiutare chi si è trovato nella mia stessa situazione. Sono andata via da Israele appena ho potuto. La mia famiglia è venuta con me. All’improvviso la mia casa è diventata la mia prigione. Siamo venuti in America. Ma continuo a muovermi da qui, a parlare con la gente per far capire cosa sta succedendo nella mia terra. In Israele e in Palestina.Sono trascorsi 20 anni e non solo non è cambiato nulla, ma le cose stanno peggiorando.

Hanno costruito un muro, il sistema educativo si sta trasformando sempre di più in un sistema fascista degno di una vera e propria dittatura. Siamo sempre di più in un sistema di austerity. Ogni giorno viene occupato un pezzo in più di territorio palestinese mentre i media israeliani riportano notizie che parlano dei palestinesi come dei peggiori terroristi di sempre. Israele mi ricorda ogni giorno di più la Germania del 1939.

C’è un altro grave fatto: dato che gli israeliani sono molto più poveri e spesso vessati economicamente la gente è così disperata che ricorre all’automutilazione.

Ho cercato di parlarne con più persone possibile ma che nessuno sembrava volesse ascoltarmi. Allora ho iniziato ad usare Facebook e magicamente… qualcuno ha iniziato a svegliarsi. Mantengo contatti con centinaia di attivisti israeliani e palestinesi che ogni giorno sono davanti alle armi e do loro il mio supporto morale. Ho provato anche a parlare con il governo di Israele ma… sto tristemente imparando che questo sarà il compito più arduo.

Quando il governo di Israele mi ha rilasciato un documento dove ha scritto che sono “esentata” dal servizio militare sono stata libera di andare e venire ogni volta che volevo. Non sono più tornata dopo la costruzione del muro… mi ricorda i muri che separavano i prigionieri dei campi di concentramento. E’ più di quello che posso sopportare. Troppe persone della mia famiglia sono morte in quei campi e sono cresciuta chiedendomi come il mondo potesse averlo permesso. E ora mi chiedo lo stesso riguardo la Palestina o altri posti in cui accadono cose simili…

L’America è da biasimare in parte perché ha il potere di veto nelle decisioni delle Nazioni Unite e preferisce continuare ad usarlo per incanalare altri soldi alle industrie militari attraverso l’Aipac. L’ONU dovrebbe diventare un corpo democratico, così nessuna nazione potrebbe avere il potere di veto. E dovrebbe rafforzare le leggi internazionali. Ad oggi se l’ONU condanna Israele, l’America usa il suo potere di veto per fermarla. Così facendo non guarda gli interessi della gente, ma di quelli che hanno più capitale e fino a quando non cambieremo questo non c’è speranza di rispettare i diritti umani, né qui né altrove.

Spero che il governo d’Israele faccia un passo indietro, perché sa benissimo di essere un sistema corrotto e di non aver mai fatto abbastanza per la gente del suo paese. Israeliani e palestinesi vivono un momento di tremenda crisi finanziaria perché, dopo tutto, la politica delle armi è costosa e a rimetterci è proprio il popolo. Ma se osserviamo bene è facile accorgersi che il governo di Israele è composto da una serie di marionette mosse dall’industria militare che è, ovviamente, terrorizzata dalla pace o dagli attivisti che la promuovono. Fin dal primo giorno il governo ha fallito nel rappresentare la gente perché, pur definendosi una democrazia, attualmente sta ignorando metà dei suoi cittadini, trattandoli come se non fossero reali, come se non esistessero. Le leggi che non permettono di comprare terreno se non si è ebrei sono solo una parte di tutto quello che viene “tolto” a chi non è parte della comunità ebraica. E questo è un orrore.

Io penso che una pressione costante da parte del resto del mondo possa essere il modo giusto, ma allo stesso tempo sono preoccupata per i palestinesi, perché continuerebbero a subire violenze giorno dopo giorno.

Il governo di Israele è orgoglioso della sua corruzione.

Sono stati capaci di derubare perfino parte delle pensioni riservate alle vittime dell’olocausto. È impressionante come la bassezza umana si sia impossessata di quel paese. Loro non rispettano la legge ma si aspettano che tutti rispettino le loro regole. Hanno attaccato ogni paese vicino ai loro confine, ci hanno provato anche con l’Iran.”

Ed, infine, pregno di lungimiranza ed acume è il messaggio che Sarit rivolge a tutti coloro che desiderano saperne di più circa “la questione palestinese”:

“Andate sempre oltre la superficie e chiedetevi sempre a chi conviene. Dobbiamo sempre andare a vedere da dove arrivano i soldi della nostra politica perché di solito la maggior parte del loro capitale è la radice di molte, troppe, ingiustizie.”

Fonte: frontierenews.it

 

 

Tags: israelepalestinasarit jacobsohnthe art of sarit jacobsohn
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