Nel cuore di Chiaia, a Napoli, una semplice vetrina affacciata sulla strada si è trasformata in uno spazio di riflessione sulla guerra, sulla memoria e sul modo in cui la violenza entra silenziosamente nelle nostre vite. Fino all’8 giugno, lo spazio espositivo EDICOLA480 ospita I secondi soldati, un dipinto del giovane artista palermitano Gabriele La Torre che utilizza l’immagine dei soldatini giocattolo per interrogare il nostro rapporto con i conflitti contemporanei.
L’opera è visibile ventiquattr’ore su ventiquattro dietro una vetrina di via San Pasquale, senza biglietti e senza barriere. Un formato espositivo insolito che permette ai passanti di imbattersi casualmente nell’arte, trasformando un normale tragitto cittadino in un’occasione di riflessione.
Un campo di battaglia costruito con i giocattoli
A colpire immediatamente è la semplicità apparente della scena. Sullo sfondo di un intenso colore arancione si stagliano piccoli soldatini di plastica: alcuni sono ancora in piedi, pronti a combattere, altri giacciono a terra come vittime di uno scontro appena concluso. Le figure sono divise in due schieramenti cromaticamente distinti, ma l’artista rompe subito questa contrapposizione mostrando due soldatini di colori diversi vicini tra loro, quasi intenti a salutarsi.
È proprio questa ambiguità a rendere l’opera potente. Chi è il nemico? Chi è l’alleato? La risposta resta sospesa, come sospesa rimane la percezione della guerra nel nostro tempo.
La guerra che impariamo da bambini
Secondo l’interpretazione proposta dalla critica, La Torre utilizza i soldatini come simbolo di una normalizzazione del conflitto che inizia fin dall’infanzia. Quei piccoli giocattoli, pensati per il divertimento dei bambini, rappresentano una forma di addomesticamento della violenza: la guerra diventa gioco, simulazione, abitudine.
Trasportati sulla tela, però, i soldatini perdono la loro innocenza. Diventano fantasmi, vittime, ricordi. La pittura restituisce loro il peso tragico che il gioco tende a cancellare.
In un’epoca segnata da conflitti che arrivano quotidianamente sugli schermi degli smartphone e dei televisori, l’opera pone una domanda scomoda: fino a che punto ci siamo abituati alla guerra?
Un colore che parla di fuoco e memoria
Uno degli elementi più suggestivi del dipinto è il grande sfondo arancione. Non rappresenta un luogo preciso. Non è una città bombardata né un campo di battaglia riconoscibile.
Per il curatore dell’esposizione, quel colore richiama contemporaneamente la terra, il fuoco e la memoria. È uno spazio mentale più che geografico, una dimensione nella quale i ricordi della violenza si sovrappongono alla percezione del presente.
Anche la prospettiva appare volutamente instabile: alcune figure sono viste dall’alto, altre di lato, come se la scena rifiutasse qualsiasi punto di osservazione definitivo. Un modo per suggerire che la guerra non può essere compresa attraverso una sola narrazione o una sola verità.
EDICOLA480, l’arte in una vetrina
L’esposizione si inserisce nel progetto culturale di EDICOLA480, spazio ideato dal curatore Massimiliano Bastardo e sviluppato dall’associazione culturale 480 Site Specific. La filosofia del progetto è radicale: esporre una sola opera alla volta per concentrare l’attenzione del pubblico e contrastare il sovraccarico di immagini che caratterizza la società contemporanea.
Un’esperienza essenziale che punta sulla forza della singola opera e sulla capacità dell’arte di fermare, anche solo per pochi minuti, il flusso incessante della quotidianità.
Un’opera che parla al presente
I secondi soldati non offre risposte né prende posizione su un conflitto specifico. Piuttosto, invita a riflettere sul modo in cui la guerra viene percepita, raccontata e interiorizzata.
Guardando quei soldatini immobili, sospesi tra gioco e tragedia, emerge una consapevolezza inquietante: forse la guerra non è soltanto qualcosa che accade altrove. Forse è anche il modo in cui impariamo a guardarla, a raccontarla e, lentamente, ad abituarci alla sua presenza.










