A Pollena Trocchia non sono state uccise “due prostitute”: sono state uccise due donne.
Eppure, nelle ore successive al ritrovamento dei loro corpi all’interno di un cantiere abbandonato alla periferia del comune vesuviano, una parte del racconto mediatico ha scelto di identificarle immediatamente attraverso una presunta attività legata alla prostituzione, ancora prima che attraverso la loro identità umana.
È una scelta che apre una riflessione profonda sul linguaggio utilizzato nel racconto della cronaca nera e sul modo in cui le parole possono incidere sulla percezione delle vittime.
Definire una donna uccisa esclusivamente come “prostituta” non è un dettaglio neutro. Significa mettere in primo piano un’etichetta sociale che rischia di diventare un filtro attraverso cui l’opinione pubblica interpreta la violenza subita. Significa, spesso inconsapevolmente, creare distanza emotiva, insinuare che quella vita appartenesse a una categoria marginale e quindi implicitamente meno degna di empatia, rispetto e indignazione collettiva.
È un meccanismo che si ripete frequentemente nella narrazione di alcune vicende di cronaca. Succede quando si sottolineano le fragilità sociali, le dipendenze, il passato giudiziario o il contesto di marginalità di una vittima, quasi a voler costruire una spiegazione automatica della violenza. Ma nessuna condizione personale può ridurre il valore di una vita umana.
Le due donne trovate morte a Pollena Trocchia avevano una storia, dei legami, probabilmente persone che le aspettavano o che oggi piangono la loro scomparsa. Erano figlie, forse madri, sorelle, amiche. E anche se vivevano ai margini, anche se esercitavano prostituzione, nulla può togliere loro il diritto a essere raccontate con dignità.
Il giornalismo ha il dovere di informare senza alimentare stigma. Raccontare un fatto non significa attribuire etichette che finiscono per deformare il modo in cui le vittime vengono percepite. Soprattutto in casi così drammatici, il linguaggio dovrebbe mantenere equilibrio, umanità e rispetto.
Le parole costruiscono immaginari e quando un titolo sceglie di raccontare prima la presunta attività di una donna e solo dopo il fatto che sia stata uccisa, il rischio è quello di normalizzare una gerarchia invisibile del dolore: vite che sembrano meritare più attenzione e altre che sembrano destinate a scivolare più facilmente nell’indifferenza.
La vicenda di Pollena Trocchia dovrebbe invece ricordare quanto sia importante restituire centralità alla persona, prima di qualsiasi etichetta, perché nessuna donna smette di essere una vittima soltanto per il modo in cui viveva e nessuna morte dovrebbe essere raccontata in modo da lasciare intendere che quella dignità fosse già stata persa prima ancora dell’omicidio.











