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10 giugno 1977, l’arresto di Giuseppe Impastato: la voce scomoda che sfidò la mafia

Redazione Napolitan di Redazione Napolitan
7 Giugno, 2025
in In evidenza, News
0
9 maggio 1978: una bomba uccide il giornalista Peppino Impastato
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Il 10 giugno 1977, in un clima di crescente tensione sociale e criminale in Sicilia, il giovane attivista e giornalista Giuseppe “Peppino” Impastato viene arrestato dalle forze dell’ordine. La colpa? Le sue denunce pubbliche contro Cosa Nostra, i suoi comizi infuocati, le trasmissioni satiriche da Radio Aut, la voce libera e ribelle di un giovane che aveva deciso di opporsi frontalmente al potere mafioso, anche a costo della propria vita.

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Giuseppe Impastato era nato a Cinisi, in provincia di Palermo, nel 1948, in una famiglia legata alla mafia. Il padre, Luigi, era un uomo d’onore vicino al boss Gaetano Badalamenti, mentre uno zio era stato ucciso durante una faida. Ma Peppino rifiuta radicalmente quell’ambiente. Già da adolescente rompe i rapporti con il padre e intraprende un percorso politico e culturale controcorrente, schierandosi con la sinistra rivoluzionaria e fondando il giornale L’Idea socialista.

Con l’apertura di Radio Aut nel 1976, Impastato dà sfogo alla sua militanza in modo creativo e diretto. Attraverso la trasmissione Onda pazza, denuncia le connivenze tra mafia, politica e potere economico, ridicolizzando pubblicamente Badalamenti, che chiama “Tano Seduto”. È una sfida senza precedenti nella Sicilia di quegli anni.

L’arresto del 10 giugno 1977

In un clima di crescente isolamento, sorvegliato dai carabinieri e circondato da nemici potenti, Peppino viene arrestato il 10 giugno 1977 durante una manifestazione. Le accuse sono pretestuose e legate alla sua attività politica e giornalistica. Si tratta di un episodio emblematico: lo Stato che, invece di proteggerlo, lo reprime. Questo arresto segnò una tappa importante del progressivo accerchiamento che culminerà, meno di un anno dopo, nella sua uccisione mafiosa l’8 maggio 1978, vigilia delle elezioni comunali a Cinisi.

Dopo l’assassinio, il corpo di Peppino viene fatto esplodere sui binari della ferrovia, con l’intento di farlo passare per un terrorista suicida. Per anni la versione ufficiale avvalora questa tesi, screditando la sua memoria e la sua battaglia. Solo grazie alla tenacia della madre Felicia, del fratello Giovanni e dei suoi amici di militanza, la verità emergerà con forza.

Nel 2002, Gaetano Badalamenti sarà condannato all’ergastolo per essere il mandante dell’omicidio. Ma ci vorranno decenni di lotta civile e giudiziaria per abbattere il muro dell’omertà e della disinformazione.

L’arresto di Giuseppe Impastato nel giugno 1977, oggi poco ricordato, è invece cruciale per comprendere l’isolamento e la pressione a cui era sottoposto. È l’emblema di uno Stato che, in quegli anni, non solo non era capace di difendere i suoi cittadini più coraggiosi, ma spesso contribuiva – più o meno consapevolmente – a esporli.

Oggi Peppino Impastato è un simbolo della lotta alla mafia e della libertà di espressione. A lui sono dedicate scuole, strade, film e documentari, come il celebre I cento passi (2000) di Marco Tullio Giordana. Eppure, la memoria del suo sacrificio non deve mai ridursi a una commemorazione retorica: ricordare il 10 giugno 1977 significa anche interrogarsi sul ruolo delle istituzioni, sul coraggio civile e sulla responsabilità di tutti nel combattere l’indifferenza.


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