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Ponticelli, dall’incursione notturna in casa al patto con i clan alleati: così gli “XX” cercarono di uccidere Rolletta

Redazione Napolitan di Redazione Napolitan
19 Dicembre, 2022
in Cronaca, In evidenza
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Ponticelli, dall’incursione notturna in casa al patto con i clan alleati: così gli “XX” cercarono di uccidere Rolletta
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Il pentimento di Rosario Rolletta, soprannominato friariello, rappresenta uno dei capitoli più concitati della faida di camorra che ha animato gli ultimi mesi del 2020 a Ponticelli. 

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Su un fronte i clan alleati di Napoli est, i Minichini-De Luca Bossa-Casella, sull’altro fronte i dissidenti del clan De Martino che in seguito al mancato accordo circa gli stipendi da corrispondere ai detenuti, entrano in contrasto con il cartello camorristico del quale erano stati parte integrante. 

Fedelissima recluta dei De Micco, poi confluito nel clan De Martino in seguito alla sua scarcerazione, Rolletta opta per la collaborazione con la giustizia per salvarsi la vita, al culmine di una serie concitata di eventi di e di diversi sventati agguati. 

Nel giorno del suo compleanno, la sera del 29 ottobre, insieme ad altri affiliati al clan De Martino è tra i protagonisti dell’agguato indirizzato a Luigi Aulisio, cognato dei Casella, il quale viene ferito ad una spalla da un proiettile mentre si trova in strada. L’esecutore materiale dell’agguato è proprio Rolletta: un fatto che sancisce il punto di non ritorno.  

Quattro giorni dopo, il 2 novembre, Rolletta finisce nel mirino dei rivali e riesce fortunosamente a mettersi in salvo.  

Dalle indagini della Squadra Mobile di Napoli emerge un dettaglio che concorre a chiarire quanto accaduto sul fronte camorristico ponticellese nel periodo compreso tra ottobre e dicembre del 2020. Il 4 dicembre di quello stesso anno, i poliziotti della questura partenopea fermano Nicola Aulisio e Giuseppe Righetto, insieme a Salvatore De Martino detto “XX”, reggente dell’omonimo clan.  

Un fermo che avviene contestualmente alla richiesta di aiuto inoltrata ai carabinieri di Cercola da Rosario Rolletta, il quale segnala che quella sera, alcuni esponenti del clan De Martino, al quale anche lui era affiliato, si erano recati armati presso la sua abitazione, cercando di sfondare la porta. “Questo episodio accaduto intorno alle 00.20 era stato preceduto da una videochiamata avvenuta intorno a mezzanotte che mi aveva fatto Salvatore De Martino il quale voleva che mia moglie e mio figlio scendessero perché c’era da occupare una casa popolare nel rione dove loro abitavano. Io ho capito subito che si trattava di una scusa con la quale volevano farmi venire allo scoperto per ammazzarmi.” 

Poco dopo Rolletta riceve una telefonata da parte di un altro affiliato al clan De Martino che gli dice di essere sotto casa sua e lo invita a scendere. Rolletta inventa una scusa, sorpreso da quella visita inaspettata, e dice di non essere in casa. 

Rolletta telefona ai Carabinieri di Cercola, palesando la presenza di 7 persone a lui sconosciute all’esterno della sua abitazione che chiedono di entrare. Quindi il telefono passa tra le mani della moglie che con voce allarmata, spiega in maniera più esaustiva quello che sta accadendo: “Può mandare urgentemente una pattuglia in via Matilde Serao… Urgentemente… ci sono persone armate… ci sono persone armate fuori alla mia porta.” 

I secondi diventano ore e l’attesa è sempre più snervante per Rolletta e sua moglie, terrorizzati da quello che vedono dallo spioncino della loro porta: un vero e proprio commando pronto a fare irruzione nella loro abitazione per regolare i conti con quell’affiliato diventato troppo scomodo e rinsaldare così i rapporti con i rivali.  

Il timore che quel commando, lì radunato evidentemente per ucciderlo, possa forzare la porta sprona Rolletta a ricontattare i Carabinieri di Cercola per sollecitarne l’intervento, precisando di non conoscere quelle persone, mentre sua moglie aggiunge che dallo spioncino della porta ha intravisto una pistola. 

Alle 2.31, Rolletta telefona nuovamente ai Carabinieri e chiede di parlare con il comandante. Getta la maschera e confessa di conoscere i soggetti che si erano presentati all’esterno della sua abitazione: “Ora è il momento che mi canto a tutti quanti…ora se volete venire, mi metto a tavolino…dalla a alla z…che vogliamo fare.. “ 

Con queste parole, nel cuore della notte, Rolletta manifesta alle forze dell’ordine, la volontà di passare dalla parte dello Stato. Un concetto che rimarca 10 minuti dopo, quando telefona nuovamente alla stazione dei Carabinieri di Cercola e ribadisce di voler riferire “vita, morte e miracoli”, quindi tutto quello di cui era a conoscenza in relazione a vicende camorristiche. 

Secondo Rolletta, i De Martino lo avrebbero condannato a morte perché infastiditi dal fatto che fosse avvezzo a parlare troppo in giro, un malcontento esasperato in seguito alla pubblicazione di alcuni articoli in cui venivano riportate le dichiarazioni del pentito Salvatore Pomatico in merito all’omicidio di Annunziata D’Amico, il quale avrebbe riferito alla magistratura delle confidenze che gli aveva fatto proprio Rolletta e che tiravano in ballo anche Antonio De Martino. 

La certezza che l’accordo stretto per ripristinare la pace tra i due clan fosse l’impegno dei De Martino a consegnare la testa di Rolletta ai Minichini-Casella-De Luca Bossa, reo di essere l’esecutore materiale dell’agguato in cui rimase ferito il cognato dei Casella, Luigi Aulisio, scaturisce anche da un altro inquietante episodio. 

Poche sere prima, nel cuore della notte, Rolletta sente dei rumori provenire dalla cucina della sua abitazione, seguiti dallo scarrellamento di un’arma e poi una voce che diceva “carabinieri”. Rolletta contatta la Tenenza di Cercola e il piantone gli conferma che non è in corso nessuna attività presso la sua abitazione, così lui e la moglie fingono di dormire, seppure sentano chiaramente il rumore dei passi di una persona avvicinarsi alla camera da letto, ma Rolletta riesce abilmente a raggiungere la porta e scappa. Prima di inseguire Rolletta, il soggetto che si era introdotto in casa minaccia la moglie con la pistola, la quale lo identifica: è Vincenzo Costanzo, “il gabibbo”, affiliato al clan De Martino che pochi mesi dopo perderà un testicolo nell’agguato in cui è stato ucciso Giulio Fiorentino, un’altra azione delittuosa maturata in uno scenario analogo.

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