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“Robinù”: il documentario di Michele Santoro che racconta il fenomeno dei baby-boss

Redazione Napolitan di Redazione Napolitan
8 Settembre, 2016
in Arte & Spettacolo, In evidenza
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“Robinù”: il documentario di Michele Santoro che racconta il fenomeno dei baby-boss
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robinu-k5cC--1280x960@ProduzioneRobinù di Michele Santoro è la versione napoletanizzata del celeberrimo Robin Hood, in tutti i sensi.

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Presentato alla Mostra del cinema di Venezia, ha subito macinato una cospicua manciata di applausi e consensi.

Robinù racconta, senza cernite né filtri né finti perbenismi, quella Napoli romanzata da Gomorra.

Un viaggio nella testa dei baby-boss e degli aspiranti tali, utile a raccontarne deviazioni, convinzioni ed aspirazioni. Un viaggio senza ritorno, nella pellicola, così come nella vita reale.

Emanuele Sibillo, il founder della paranza dei bimbi di Forcella, uno dei pionieri della Camorra 2.0, quella contraddistinta dai tatuaggi e dalle barbe folte, è diventato un’icona a Forcella: i protagonisti di Robinù parlano di lui come di un padrino amorevole che si prendeva cura di tutti. Portano il suo stesso taglio di capelli per omaggiarlo e la stessa barba lunga. Un eroe, un martire caduto in guerra. Emanuele Sibillo è morto a 19 anni.

In virtù del ruolo centrale che Emanuele Sibillo seguita a ricoprire tra i vicoli dove regna il credo criminale, è una delle figure-cardine intorno alla qual ruota il corpo del documentario di Santoro.

Altro protagonista della pellicola è Michele Mazio: prima rapina a 13 anni (“Più per scherzare”), iscrive una lettera nella quale dice di voler comandare solo lui, di volersi fare una paranza tutta sua. Lui che la chiamata dalla paranza l’aveva avuta, era stato accettato, era all’altezza, poteva entrare e invece l’ha rifiutata. Cane sciolto voleva restare. Lui che è bello e carismatico, lui che è folle e violento, lui che spara contro i poliziotti, bacia la pistola e poi va a festeggiare in un bar a cornetti e champagne. Lui che in carcere riceve lettere d’amore, da sconosciute.

E poi c’è Mariano, il primo volto che appare: “Oggigiorno comanda chi fa più reati. Più macelli fai, più la gente tiene paura di te”. Mariano che dal carcere minorile di Airola, racconta come se tutto fosse necessario, la sua scelta criminale, la sua passione per il kalash (il kalashnikov). E che attualmente è a capo della rivolta in corso tra le mura dello stesso carcere.

Una rivolta insorta per futili motivi e diventata l’occasione per mostrare chi comanda, di cosa è capace la camorra. Il racconto di Michele Santoro è il racconto dei Robinù di Napoli, di chi pur agendo contro la legge, è protetto dal suo quartiere, dalla comunità in cui vive e su cui comanda; una comunità che solo in quel percorso si riconosce. Le paranze rubano per dare a sé stessi.

E poi c’è lo spazio dedicato alle donne della camorra, da quelle che hanno conquistato l’attenzione mediatica per i dialoghi emersi dalle intercettazioni, fino alla ragazza madre agli arresti domiciliari diventata spacciatrice per necessità. Per 35 euro al giorno. “Spacciatrici si nasce”, dice e lei non è nata spacciatrice, lei lo fa per mantenere suo figlio.

Il racconto di Santoro è una testimonianza che aderisce perfettamente alla realtà. È un racconto che aiuta a prendere coscienza della vera realtà che si respira a Napoli, del vero problema che tiene in ostaggio la serenità di Napoli.

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