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“La pazza gioia”: l’ultimo film di Paolo Virzi

Redazione Napolitan di Redazione Napolitan
22 Maggio, 2016
in Arte & Spettacolo
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“La pazza gioia”: l’ultimo film di Paolo Virzi
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locandinaUna gioia, quella fuori controllo che la “pazzia” regala, e un dolore, quello fuori misura che la vita assegna.

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Questo è il tema del nuovo film che Virzì ha portato a Cannes 2016, alla Quinzaine, dichiarando “Cercavamo tracce di felicità, o perlomeno di allegria, di eccitazione euforica, anche nel cuore di esistenze offese …”.

Parla al plurale, accanto a lui c’è stata Francesca Archibugi alla sceneggiatura di uno spartito a quattro mani, e si sente, nella pienezza del racconto, nella completezza dello sguardo, nell’indagare acuto dentro vite di donne interrotte. Questa collaborazione, condita dal tocco del “miglior regista di attori” italiano sempre interessato ad approfondire le dinamiche dell’essere umano con la capacità di strutturare e guidare i suoi personaggi, ha regalato questa volta un film di perfetto equilibrio tra il dramma e la commedia, il giusto compromesso tra “Il capitale umano” e “La prima cosa bella”, il tutto accompagnato dalle belle musiche di Carlo Virzì.

Beatrice e Donatella s’incontrano nell’istituto di terapia mentale “Villa Biondi”, immerso nella colorata campagna pistoiese e gestito da un simil-Basaglia, in cui vivono in un tempo sospeso che tanto somiglia al palcoscenico di un teatro senza pubblico e senza maschere.
Quali siano le definizioni mediche per indicare il loro disturbo mentale non ha troppa importanza, quel che conta davvero è la loro fuga da Villa Biondi, un impulso alla libertà che le rende simili a tutto il resto dell’umanità. Solo una corsa all’aria aperta, a piedi, in autobus, su una berlina sottratta ad un vecchio porco che gira con DVD porno, o su una
decappottabile rossa anni ’60 con poca benzina presa in prestito dal set di cinema italiano impiantato nella villa della madre di Beatrice, vecchia aristocratica ridotta ad affittare casa per le intemperanze della figlia che si è giocata tutti i loro averi.

Si alternano poi, desideri di elettroshock, farmaci, OPG, TSO, e tutto ciò che accompagna il calvario di chi viveva in una società, che aveva incaricato una scienza, la psichiatria, affinché traducesse la follia in malattia allo scopo di eliminarla.
Valeria Bruni Tedeschi interpreta magnificamente Beatrice Morandini Valdirana (accostata per intensità di recitazione a Cate Blanchett di “Blue Jasmine”) ed è proprio lei che regge tutto il film, alternando registri emotivi e recitativi con assoluta maestria, senza mai oscurare Micaela Ramazzotti, Donatella Morelli, che ha una dimensione più sentimentale e fragile ma comunque credibile.

Beatrice e Donatella non si sarebbero mai incontrate in una vita diversa, così presuntivamente definita normale, sono due personaggi in cerca d’autore, in cerca soprattutto di felicità.
Infatti la prima è stata donna di mondo e di ricchezze cospicue, forse nelle sue vene qualche goccia di sangue blu si ostina ancora a scorrere, svolazza tra gli altri con la trasognata leggerezza di chi si aspetta che tutti la servano e parla ininterrottamente, di tutto, sembra che viva appesa alle sua logorroica incombenza sul mondo.

Quando smetterà di parlare i suoi occhi si faranno più grandi, e solo allora ricorderà che una volta invece piangeva, sempre, anche quando nessuno piange. Come Donatella, simili in questo piangere comune, fin da piccole. Unite dall’assenza che lascia dentro la paura, quella di una madre, di un padre, di un uomo, di un figlio. La seconda, è tatuata e anoressica, figlia di borgata ha un padre cantante di balera che le cantava “Senza fine” di Paoli, come ninna nanna. Marco Messeri fa il padre, un breve cameo intenso, come tutti quelli di questo caleidoscopico danzare degli altri intorno a queste due donne perse un giorno per la strada della loro esistenza e mai più tornate.

Poi ci sono due madri, inutili, come le madri che non bisognerebbe avere; ci sono alcuni uomini, più o meno dannosi, come quelli che non bisognerebbe incontrare, e poi un c’è gran circo di facce, voci, incontri, sconosciuti pietosi o indifferenti, approfittatori o traditori, tutti rinchiusi nelle loro vite socialmente riconosciute, nella solida logica delle loro convinzioni: la noiosa esistenza di un’umanità non autentica.
E’ “Il dolce rumore della vita”, che sa essere anche spietata se ti fa tuffare in acqua giù da un ponte per chiudere la partita. L’acqua è l’elemento base del film, si parte da lì e lì si torna, come  in “ La prima cosa bella”.

Una bella storia di lacrime e sorrisi, due anime gemelle nate in culle tanto diverse alla fine imparano che la felicità è sapere che c’è l’altra e la follia diventa così la loro salvezza, perché la “felicità è reale solo quando è condivisa” e solo allora Villa Biondi diviene come una Grande Madre che accoglie nel suo liquido amniotico due anime fragili.
Senza fine.

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