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Le verità nascoste sugli scontri che hanno portato alla morte di Ciro Esposito

Luciana Esposito di Luciana Esposito
1 Dicembre, 2015
in Cronaca, In evidenza
1
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Esposito-De-Santis-645“Incappucciati e con spranghe assaltarono gli autobus: accusati di rissa e tentato omicidio. I pm hanno i nomi dei complici di ‘Gastone’, l’assassino del tifoso del Napoli”: questo è quanto diramato ieri dalle pagine e “Il Roma”.

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Una notizia introdotta da un titolo essenziale ed eloquente: “Ciro, indagati 6 ultras romanisti” e resa nota nel corso dell’ultima udienza in Corte d’Assise al Tribunale di Roma dal capo della digos capitolina che fece riferimento ad indagini in corso per individuare i complici di Gastone.

Due testimoni che erano a Tor di Quinto hanno confermato la presenza di complici ed inoltre hanno rivelato di aver visto De Santis con fumogeni pronto ad assaltare gli autobus. I complici di ‘Gastone’ sono stati individuati: si tratta di sei ultras della curva nord della Roma e la procura ha a disposizione tutti i dati dei responsabili della rissa.

Invero, i testimoni sono più di due. Sono tanti e non vanno ricercati all’ombra del Colosseo. Sono in mezzo a noi, sono napoletani come noi che, quel giorno, proprio come Ciro, si recarono all’Olimpico per assistere alla finale di Coppa Italia. Tanti occhi hanno visto, ma, adesso, quelle bocche hanno paura di parlare.

Nelle ore immediatamente successive ai fatti di Roma, alla nostra redazione sono pervenute migliaia di testimonianze anonime. Il bisogno impellente di raccontare quel raid grondava dagli animi di tutti i testimoni oculari. Tutti parlavano di un gruppo di persone che come in un’autentica battuta di guerra si erano parate contro i bus dei supporter azzurri, con veemenza.

Indossavano caschi: anche questo è un dettaglio che emerge con puntuale ricorrenza in quelle testimonianze.

Il resto è storia nota: De Santis spara, Ciro cade tramortito al suolo, Alfonso e Gennaro rimangono feriti, la pistola dell’ex ultrà romanista miracolosamente si inceppa, i tifosi del Napoli lo aggrediscono.

Una tragedia pregna di “perché”, di interrogativi da chiarire e ombre da sbiadire, quella che ha portato alla morte di Ciro.

Perché se nelle ore immediatamente successive tutti hanno detto quello che sapevano, adesso che anche il minimo dettaglio può assumere un peso determinante nella ricostruzione della verità per consentire alla giustizia terrena di fare il suo corso, nessuno parla?

Perché regna la paura.

“Dai piani alti” del mondo del tifo organizzato napoletano è giunto il perentorio ordine di chiudere i rubinetti delle informazioni da diramare alla stampa e tappare le bocche a tutti, ai “guagliuncielli” in primis. Tra i ranghi dei gruppi organizzati serpeggia la paura di finire indagati per rissa se ci si espone troppo. E, allora, per non perdere la faccia con “i fratelli di tifo” vedendosi appioppare la scomoda etichetta dell’”infame” e per “non passare un guaio” finendo nel registro degli indagati, è bene tenere la bocca chiusa.

“Tanto, ormai, Ciro è morto e niente potrà riportarlo in vita”.

Questo è il modus operandi che anima testa, cuore e mani di chi sugli spalti non manca di sorregge ed esibire uno striscione dedicato a quel “semplice tifoso” di Scampia, “estraneo alla massa” che affolla le gradinate ed ancor più avulso da quelle dinamiche criminali che contaminano la vita di curva.

Tra le trame di quel fitto velo d’omertà che avvolge una delle pagine più brutte e sanguinarie della storia del calcio non giocato di casa nostra si cela anche e soprattutto la necessità di proteggere Genny ‘a Carogna, divenuto un bersaglio troppo esposto per effetto del linciaggio mediatico scaturito dalla fantomatica “contrattazione” secondo la quale fu proprio l’ultrà a decretare che la partita si disputasse. In virtù delle vicende giudiziarie emerse di recente, in relazione al traffico di droga gestito da De Tommaso è facile intuire perché “più poco si parlava di quello che è successo a Roma e meglio è per tutti”.

Sul fronte capitolino, inoltre, la situazione non è molto diversa: De Santis ha sempre usufruito di favori e protezioni fornitegli da amici potenti ed autorevoli e il suo accoltellamento postumo, refertato dopo due mesi dalla rissa del 3 maggio, lo comprova.

De Santis è stato un esponente politico di basso rango, ma ha comunque militato in realtà e contesti che possono avergli conferito una posizione di rilievo nell’ambito di taluni giochi di potere. Non a caso, il suo nome è emerso ed è stato associato anche ad alcune vicende riconducibili a Mafia capitale. De Santis potrebbe, pertanto, beneficiare di quell’immunità che “doverosamente” spetta ai detentori di verità scomode e che, pertanto, vanno protetti pur di salvaguardare taluni giochi di potere.

Però qualcosa è andato storto, fino a far saltare “la copertura” di Gastone: gli ultrà romanisti ce l’hanno con lui, la politica romana viene avvolta in una bufera di scandali e denunce. Nessuno è più immune. De Santis in primis. E, allora, la verità può farsi spazio tra le carte del processo: la presenza degli “adepti” di Gastone può essere ufficializzata, perché, sia chiaro, di questo si tratta.

De Santis aveva fondato un autentico movimento dalle ideologie sfrontatamente neofasciste, il cui prioritario intento era eliminare le “razze” indegne di rappresentare l’umanità: i rom, gli omosessuali, i napoletani.

Non a caso, non per caso, nei mesi che hanno preceduto i fatti del 3 maggio 2014, molteplici aggressioni ed episodi di violenza si sono registrati ai danni dei campi rom ubicati in terra capitolina, così come diversi atti intimidatori e minacce sono state rivolte alle comunità omosessuali non solo romane da parte di chi annunciava con orgoglio uno “sterminio di massa”.

La finale di Coppa Italia era un’occasione troppo ghiotta per Gastone e i suoi, perché avrebbe portato i “terroni” ad approdare proprio a due passi dal suo covo, quel bunker adornato di svastiche e foto del Furher nel quale si incontrava con i suoi fedelissimi per indottrinarli e pianificare le “spedizioni punitive”.

Azioni che venivano preannunciate anche e soprattutto in rete, tra i tanti blog che gli ultras praticano per scambiarsi minacce, lanciarsi messaggi. Quello consumatosi all’esterno dell’Olimpico poco prima della finale di Coppa Italia tra Napoli e Fiorentina fu un agguato preannunciato proprio su quegli stessi blog e anche questo i supporter azzurri che masticano quel linguaggio e praticano quei siti lo sanno bene, ma anche questa rientra tra quel genere di informazioni che è bene non diramare, perché su quegli stessi blog potrebbero esservi tracce riconducibili anche a talune malefatte imputabili agli ultras di casa nostra e, come detto, “Ciro, ormai, è morto, è meglio pensare ai vivi”.

Una pista, quella che riconduce al web, che trova ancor più solido riscontro in un fatto allarmante: nelle ore che seguirono gli scontri quei siti furono oscurati, come inghiottiti da un impellente bisogno di fagocitare delle verità scomode.

Una verità che può riemergere attraverso le indagini della digos capitolina che ha sequestrato computer e telefoni cellulari dei sei ultras intercettati proprio per cercare di dimostrare che quell’aggressione fu preordinata, premeditata e pianificata.  

 

 

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