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La Tomba di Jacopo Sannazzaro, un capolavoro in marmo della scultura cinquecentesca

Redazione Napolitan di Redazione Napolitan
9 Aprile, 2015
in Arte & Spettacolo
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La Tomba di Jacopo Sannazzaro, un capolavoro in marmo della scultura cinquecentesca
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Giovanni-Angelo-Montorsoli-Tomb-of-Jacopo-Sannazaro-2-Monumento funebre della metà del cinquecento, finemente realizzato in Marmo di Carrara, è la Tomba di Jacopo Sannazzaro.

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Secondo alcuni studiosi, fu lo stesso poeta a disegnare il proprio sepolcro, tant’è che Benedetto Croce nel 1892 scriveva: “Quella mescolanza di sacro e profano ch’è tanto caratteristico della poesia del Sannazaro, quella pienezza di fede religiosa nel Cristianesimo e di fede estetica del paganesimo, raggiungono un’espressione plastica in questo monumento sepolcrale”.

Custodita all’interno della Chiesa di Santa Maria del Parto a Mergellina, i lavori della tomba cominciarono nel 1536 ad opera dello scultore Giovanni Angelo Montorsoli, la cui firma è presente nella zoccolatura del sacello, che si avvalse della collaborazione di Bartolomeo Ammannati e Francesco del Tadda.

Realizzata tra Genova e Carrara, il monumento fu in seguito restaurato più volte, in particolare nel 1683, secondo uno scritto ritrovato nell’archivio storico del Banco di Napoli e alla fine del XX secolo, quando si provvide a rimuovere abrasioni, graffi, scheggiature, strati di vernice, polvere e incrostazioni da fumo.

Come conseguenza dell’assedio francese a Napoli del 1528, l’anno successivo, Jacopo Sannazaro, donò ai Servi di Maria un podere a Mergellina nel quale aveva edificato la sua abitazione e due chiese, una delle quali ancora in costruzione: proprio nella zona absidale di questa, in origine dedicata a San Nazario, per poi prendere il nome di Santa Maria del Parto, il poeta chiese di essere sepolto alla sua morte e per terminare i lavori, stanziò una quota di 600 ducati annui in favore dei frati.

Ai lati di una larga base sorgono due statue, una raffigurante “Apollo con una viola poggiata tra le gambe” e l’altra “Minerva armata che impugna con il braccio sinistro un grosso scudo istoriato”, le quali, durante la Controriforma, rischiarono, per volere di un viceré, di essere distrutte, ma vennero salvate grazie alle incisioni sulle loro basi dei nomi biblici David e Giuditta. Tra esse è collocata l’urna funebre sulla quale sorge, circondato da “due amorini”, il busto del poeta, ritratto dalla sua maschera funeraria e che alla base porta il nome di Actius Sincerus. Lo spazio creato dalle due mensole che sorreggono l’urna è occupato da un bassorilievo sormontato dalla scritta D.O.M (deo optimo maximo), unico elemento cristiano in un contesto fortemente pagano, che raffigura una “storia” che ha come protagonisti il dio Pan dalle sembianze caprine, Nettuno e la ninfa Marsia. Il monumento, in cui si risente fortemente l’influsso della scultura di Michelangelo Buonarroti, è ricavato da blocchi di marmo di Carrara e lucidato al termine della sua realizzazione con cera d’api

L’intero sepolcro tende a mettere in risalto la poesia araldica ed epica sia in lingua volgare che latina del Sannazaro, oltre a dimostrare le sue virtù da gentiluomo avute in vita.

Jacopo Sannazzaro (1455-1530) appartiene a quella società cortigiana molto vicina alla corte aragonese di Napoli. Nato a Napoli da nobile famiglia originaria da Pavia, ebbe un’educazione umanistica e fece parte dell’Accademia Pontaniana, col nome di Azio Sincero. Officiale di casa del duca Alfonso di Calabria, partecipò alla guerra contro i baroni, scrisse versi, farse, opere in lingua latina e in volgare e testi per le recite a corte. Dal re Federico d’Aragona ebbe in dono la villa di Mergellina e quando il sovrano fu sconfitto, lo seguì in Francia dove fu costretto a rifugiarsi (1501).

Dopo la morte di Federico (1504) tornò a Napoli dove vi rimase fino al giorno della sua morte.

Qui pubblicò l’Arcadia, romanzo pastorale in prosa e in versi, di carattere elegiaco e autobiografico, composto una ventina di anni prima e che aveva già avuto circolazione tra gli uomini colti. In essa Sincero racconta di essere capitato in Arcadia per disacerbare l’animo dal dolore amoroso causatogli da un fanciulla bellissima, Carmosina Bonifacio. In Arcadia vive bucolicamente con i pastori, partecipa alla loro vita, ai riti, ai canti in onore di Pan e Pale ma non può dimenticare l’amata della quale più tardi, ritornando a Napoli guidato per vie sotterranee da una ninfa, apprenderà la morte.

L’opera, che sostanzialmente inventava nel mondo moderno il mito di questa terra edenica del mondo classico, ebbe un profondo impatto sulla letteratura di tutta Europa fino alla metà del  XVII secolo (Accademia dell’Arcadia) tanto da divenire un vero luogo comune.

Come tanti altri nobili decaduti, il Sannazzaro negli ultimi anni di vita, vide la sua città declinare nella ricchezza degli aristocratici, decadere nella bellezza degli edifici, nella miseria mendicante della plebe: l’Arcadia asseconderà il fasto delle trionfanti potenze capitalistiche europee, in Italia resterà un umoristico trasferimento della cortigianeria nel mondo dei pastori felici (il Manzoni la definirà una scioccheria).

 

Tags: CinquecentoJacopo SannazzaromarmosculturaTomba
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