E’ stata accolta con grande tripudio la notizia dell’annullamento della sentenza di condanna all’ergastolo nei confronti del boss Salvatore De Micco e del coimputato Gennaro Volpicelli per il duplice omicidio di Gennaro Castaldi e Antonio Minichini avvenuto a nel rione Conocal di Ponticelli il 29 gennaio 2013. Nei giorni scorsi, la quinta sezione penale della Corte ha accolto i ricorsi dei difensori e disposto che una diversa sezione della Corte di Assise di Appello di Napoli torni a giudicare i due imputati, riaprendo così una vicenda giudiziaria che ruota attorno a uno degli omicidi che ha segnato profondamente lo scenario camorristico della periferia orientale di Napoli.
Una notizia che riapre la vicenda giudiziaria di Salvatore De Micco, uno dei boss fondatori dell’omonimo clan, insieme ai fratelli Marco e Luigi. L’ergastolo incassato in precedenza stroncava ogni speranza di riabbracciare il ras che ha conquistato sul campo la fama del leader camorristico temuto e spietato, a differenza degli altri due fratelli che hanno svolto un ruolo prettamente strategico, fungendo da registi degli episodi salienti che hanno concorso all’ascesa del clan, nato sui relitti dei Sarno e che a suon di omicidi eccellenti e azioni efferate è riuscito a conquistare il controllo del territorio, mettendo all’angolo i rivali, i D’Amico del rione Conocal e i De Luca Bossa del Lotto O, in primis. Proprio sotto la guida dei fratelli e boss fondatori del clan, i cosiddetti “Bodo” hanno vissuto i momenti di maggiore lustro. Le speranze di rivedere fuori dal carcere il boss Luigi De Micco sono vanificate dall’ergastolo in via definitiva come mandante dell’omicidio di Salvatore Solla, avvenuto il 23 dicembre 2016. La sentenza, emessa il 19 dicembre 2018 lo ha ritenuto uno dei responsabili principali dell’omicidio di Solla, ucciso perché si rifiutò di pagare il “pizzo” imposto dal clan sulla sua piazza di spaccio. La sentenza è stata confermata anche in appello e De Micco si trova tuttora in regime di carcere duro mentre la sua difesa ha proposto ricorso anche alla Corte europea dei diritti dell’uomo, che nel 2024 ha ammesso il ricorso contro la condanna all’ergastolo. Uno spiraglio che mantiene accesa una flebile speranza per il boss che per il momento resta recluso in carcere.
Ben diversa la posizione di Marco De Micco, assolto con formula piena a maggio del 2025 per l’omicidio di Carmine D’Onofrio. Decadute le accuse a carico del boss, accusato di essere il mandante dell’omicidio del 23enne figlio naturale di Giuseppe De Luca Bossa, ras dell’omonimo clan rivale, al pari degli altri quattro imputati. Per il momento, Marco De Micco resta in carcere per scontare altre pene ma, in assenza di nuovi provvedimenti legati a omicidi e fatti di sangue, resta in piedi la consapevolezza che tra qualche anno potrà tornare a Ponticelli.
Per questo motivo, il recente verdetto che apre uno spiraglio anche per Salvatore De Micco ha suscitato parecchio scalpore negli ambienti malavitosi e non solo. Tantissimi i tributi apparsi sui social network, tra i quali spicca quello del ras, stimato essere l’attuale reggente del clan dei “Bodo”, non solo per le parole pregne di fedeltà e amore che ha rivolto al boss detenuto, ma soprattutto perché quel messaggio matura in un momento storico in cui circola con crescente insistenza la tesi della “scissione” tra i fratelli De Micco e i gregari a piede libero, muniti di un certo spessore criminale che gli deriva da vincoli di parentela “pesanti” con figure di primo ordine della camorra napoletana, in primis, con esponenti del clan Mazzarella.
“Mai mi permetterei di fargli un torto. La vita mi ha legato a loro, ai miei fratelli. – si legge nella storia pubblicata su Instagram, pregna di errori grammaticali – L’ho promesso a Dio, questo patto di sangue ci legherà per sempre. Ovunque andremo, ovunque saremo”. Il messaggio, suggellato dalla sigla “F.D.M.” (famiglia de Micco, ndr) racchiusa tra due corone, a simboleggiare la leadership del clan, e dalla sigla “S.D.M.” (Salvatore De Micco, ndr) per rendere ancora più esplicito e inequivocabile il destinatario di quella dedica, assume un valore tutt’altro che simbolico. Non sono semplici parole, ma un messaggio chiaro e plateale che rilancia il legame tra i gregari a piede libero e i boss fondatori del clan.
Tuttavia, i fatti di cronaca che si sono susseguiti dall’arresto di Marco De Micco a oggi, suggeriscono uno scenario diverso, minato da dubbi e incertezze circa la stabilità dell’assetto gerarchico e organizzativo all’interno del clan dei “Bodo”. Uno scenario introdotto dal disappunto che i fratelli De Micco avrebbero manifestato in maniera vibrante, dalle celle in cui sono reclusi, all’indomani di alcuni delitti eccellenti, prendendone le distanze e dichiarando apertamente di non aver ricoperto il ruolo di mandanti, scaricando quindi le responsabilità sugli affiliati a piede libero e sui reggenti del clan. Non è da escludersi che possa trattarsi di una strategia voluta per allontanare l’ombra di altri provvedimenti che rischiano odi aggravare ulteriormente le loro sorti giudiziarie, ma resta in piedi anche l’ipotesi della frattura interna che può aver portato alla nascita di un cartello criminale diverso, animato da una politica imprenditoriale e criminale diversa rispetto a quella imposta dai fratelli De Micco e che soprattutto ridistribuisce ruoli e responsabilità. Un disegno che colloca sul trono del re proprio l’autore del post-tributo dedicato a Salvatore De Micco e alla sua famiglia-clan.
Una strategia voluta per sgomberare le polemiche e zittire i rumors o un sincero atto di fedeltà, finalizzato a rilanciare le quotazioni della famiglia De Micco?
Difficile stabilirlo con assoluta certezza in questo momento storico. Anche se continua a restare in piedi l’ipotesi di uno stravolgimento all’interno del clan che probabilmente prevede che i boss fondatori continuino a occupare un ruolo di prestigio, anche se oneri e onori confacenti al boss reggente siano stati ereditati da uno degli affiliati della prima ora, uno dei fedelissimi che pertanto, forte del legame che intercorre con i fratelli De Micco, non rinnega le origini e gli accordi presi in precedenza, preservando anche il nome del clan, traghettandolo però verso ben altri scenari, complici i legami di parentela e d’affari intrecciati con i Mazzarella e che quindi spostano l’asse camorristico ponticellese più verso San Giovanni a Teduccio che in direzione San Rocco.









