La pubblicazione di una foto non è mai un gesto neutro. Lo dimostra la vicenda che ha coinvolto il deputato di Europa Verde Francesco Emilio Borrelli, finito al centro di una segnalazione al Garante della Privacy dopo aver diffuso sui propri canali social l’immagine di un richiedente asilo, apparentemente ammanettato e riconoscibile, con la didascalia: “Preso uno dei due evasi da Poggioreale”.
Non si tratta solo di un errore di forma. Quella foto, rilanciata migliaia di volte e accompagnata da commenti intrisi di rabbia e risentimento, ha finito per alimentare un clima già avvelenato, in cui l’immigrato diventa immediatamente “colpevole” a prescindere. Le associazioni che hanno segnalato il caso parlano di violazione del diritto alla vita privata e della dignità umana: due principi che non sono orpelli, ma pilastri dello Stato di diritto.
Borrelli si difende sostenendo che lo scatto era già stato diffuso dai giornali, richiamando il proprio ruolo di giornalista. Ma il punto non è solo “chi lo ha pubblicato per primo”: la vera questione è come l’immagine viene usata e con quale finalità. Quando la condivisione serve più a costruire consenso facile che a informare, il confine tra diritto di cronaca e spettacolarizzazione della sofferenza si assottiglia pericolosamente.
Il caso, tuttavia, non si ferma qui. Come ha denunciato l’avvocata Martina Stefanile, a Poggioreale esisterebbe un accordo non scritto tra carcere e Questura che di fatto impedirebbe ai detenuti stranieri di formalizzare richieste di asilo. Una prassi che, se confermata, rappresenterebbe una violazione delle convenzioni internazionali. L’evaso immortalato nello scatto, quindi, non sarebbe soltanto un fuggitivo, ma anche un uomo a cui era stato negato un diritto fondamentale: quello di chiedere protezione.
Questa vicenda mette a nudo due fragilità della nostra società: da un lato l’uso disinvolto delle immagini di persone vulnerabili come strumento politico e mediatico, dall’altro le carenze strutturali di un sistema che spesso calpesta le tutele basilari dei migranti.
Non si tratta di un caso isolato. In più circostanze, sui profili social di Borrelli sono apparse foto di minorenni coinvolti in casi di cronaca più o meno eclatanti. Come accaduto in occasione dell’omicidio del giovane Santo Romano, per il quale è stato condannato un minorenne le cui foto sono state divulgate senza filtri sui profili social del deputato, fomentando un pericolo clima di odio e violenza che si traduce in centinaia di commenti tutt’altro che politicamente corretti.
Dietro ogni foto c’è un volto, e dietro ogni volto c’è una storia che merita rispetto. Trasformare queste vite in materiale da “post” significa tradire non solo la deontologia giornalistica, ma anche l’umanità che dovrebbe guidare ogni azione pubblica.











