Il primo test del sistema di inibizione delle comunicazioni nel carcere napoletano: circa 1.500 detenuti, 250 agenti schierati per garantire la sicurezza. Balboni: «Le richieste di telefonate autorizzate sono quadruplicate». Gratteri: «Sono dieci anni che lo chiedo»
Ventiquattromila tentativi di accesso alla rete bloccati in una sola giornata. È il primo dato emerso dalla sperimentazione del sistema di inibizione delle comunicazioni telefoniche e della trasmissione dati installato nel carcere di Secondigliano, a Napoli.
Il sistema, entrato in funzione per la prima volta nel pomeriggio del 23 settembre, ha impedito ai dispositivi non autorizzati di collegarsi alle reti telefoniche e di trasmettere dati. A fornire il bilancio è stato il sottosegretario alla Giustizia Alberto Balboni, durante una conferenza stampa al Palazzo di Governo di Napoli.
Il dato dei 24mila tentativi non corrisponde, naturalmente, al numero dei detenuti che hanno provato a utilizzare un telefono. Nel carcere di Secondigliano sono presenti circa 1.500 detenuti e, come ha spiegato lo stesso Balboni, una singola persona può aver tentato di collegarsi ripetutamente, anche decine o centinaia di volte.
Il primo jammer in un carcere italiano
La sperimentazione di Secondigliano rappresenta il primo impiego di questo sistema in un istituto penitenziario italiano. L’obiettivo è impedire le comunicazioni illecite effettuate attraverso telefoni cellulari introdotti abusivamente all’interno delle strutture.
Il dispositivo agisce sulle comunicazioni telefoniche e sulla trasmissione dati, creando una barriera alle connessioni non autorizzate. Non si tratta però di un blocco indiscriminato: il sistema è stato configurato in modo da consentire il funzionamento dei dispositivi utilizzati dal personale autorizzato.
«Un numero limitato di numeri telefonici può essere abilitato a oltrepassare la barriera», ha spiegato Balboni. Proprio la necessità di garantire le comunicazioni operative del personale ha rappresentato uno degli aspetti più complessi della messa a punto del sistema.
Quadruplicate le richieste di telefonate autorizzate
Un altro dato citato dal sottosegretario riguarda le comunicazioni regolari dei detenuti.
Nella giornata in cui è stato attivato il sistema, le richieste di effettuare telefonate autorizzate sono quadruplicate. Per Balboni, si tratta di un ulteriore elemento indicativo dell’impatto prodotto dall’inibizione delle comunicazioni non autorizzate.
La sperimentazione è stata accompagnata da un dispositivo di sicurezza particolarmente imponente: 250 agenti della Polizia penitenziaria sono stati impiegati per gestire eventuali criticità e il rischio di proteste o disordini legati all’introduzione del nuovo sistema.
Alla fine, tuttavia, non si sono registrate proteste all’interno dell’istituto.
Balboni: «Una misura nazionale»
Secondo quanto annunciato dal sottosegretario alla Giustizia, quello sperimentato a Secondigliano non resterà un intervento isolato.
«Questa è una misura nazionale. Partiamo da Napoli ma verrà estesa a tutta Italia», ha dichiarato Balboni, spiegando che l’intenzione è procedere nelle prossime settimane e nei prossimi mesi con l’installazione del sistema in altri istituti, a partire dalle carceri considerate più problematiche.
In Italia gli istituti penitenziari sono 196. Balboni ha sottolineato che si tratta di una tecnologia costosa e che, per ragioni di riservatezza, non sono stati resi pubblici né l’investimento complessivo né il numero preciso delle carceri interessate dalla prossima fase del progetto.
Gratteri: «Sono dieci anni che lo chiedo»
Tra coloro che da tempo chiedono un intervento sul fenomeno dei cellulari introdotti illegalmente nelle carceri c’è il procuratore di Napoli Nicola Gratteri.
Commentando l’avvio della sperimentazione, Gratteri ha ricordato di chiedere da circa dieci anni l’installazione di sistemi di questo tipo.
«Non è mai troppo tardi: sono 10 anni che lo dico e, finalmente, il primo jammer è stato messo nel carcere di Secondigliano», ha dichiarato il procuratore.
Secondigliano ospita anche un reparto di Alta Sicurezza, elemento che Gratteri ha richiamato nel chiedere che la tecnologia venga installata anche negli istituti che ospitano sezioni di questo tipo.
Il procuratore ha inoltre riferito di sapere che il sistema dovrebbe essere installato a breve in altri quattro o cinque istituti, auspicando che l’inibizione venga estesa almeno alle carceri dotate di reparti di Alta Sicurezza.
Non solo jammer: la strategia del Dap
L’inibizione delle comunicazioni è soltanto uno degli strumenti indicati dal Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria nel contrasto all’introduzione di materiale illecito negli istituti.
Il capo del Dap, Stefano Carmine De Michele, ha richiamato un sistema di interventi che comprende strumenti tecnologici, come i sistemi anti-drone, dispositivi meccanici per impedire il lancio di oggetti dall’esterno e i controlli tradizionali effettuati con le unità cinofile.
Il problema dei telefoni cellulari in carcere, infatti, non riguarda soltanto la possibilità per un detenuto di comunicare con l’esterno. Secondo quanto evidenziato dall’Uspp, l’uso illecito dei dispositivi rappresenta una criticità per la sicurezza degli istituti e per il lavoro quotidiano della Polizia penitenziaria. Il sindacato ha accolto positivamente la sperimentazione di Secondigliano, sottolineando però la necessità di affiancare alla tecnologia anche un rafforzamento degli organici.
L’Uspp ha inoltre indicato una carenza complessiva di circa 200 agenti tra Secondigliano e Poggioreale, chiedendo che l’adozione dei jammer sia accompagnata da investimenti, formazione e maggiori risorse di personale.
Secondigliano come primo banco di prova
Il primo giorno di funzionamento del sistema ha quindi prodotto un numero immediato e rilevante: 24mila tentativi di accesso intercettati e bloccati.
Ora il passaggio successivo sarà capire come la tecnologia verrà estesa agli altri istituti e quale sarà il suo impatto nel contrasto alle comunicazioni illecite dall’interno delle carceri.
Per il ministero della Giustizia, Secondigliano rappresenta il primo banco di prova di un progetto destinato a diventare nazionale. Per la Polizia penitenziaria e i sindacati di categoria, il sistema dovrà invece inserirsi in una strategia più ampia, nella quale alla tecnologia continuino ad affiancarsi controlli, sicurezza e adeguate dotazioni di personale.










