Dopo l’annuncio di Nicola Gratteri durante la conferenza stampa sul blitz tra Caivano e Casoria, arriva la conferma: la sperimentazione dei jammer nel carcere di Secondigliano si è conclusa con esito positivo. L’Uspp plaude al risultato, ma avverte: la tecnologia da sola non basta e servono rinforzi per la Polizia penitenziaria.
«Questo fenomeno si può contrastare solo installando jammer nelle carceri». Era stato netto il procuratore di Napoli, Nicola Gratteri, parlando dei telefoni cellulari utilizzati illegalmente dai detenuti per comunicare con l’esterno e, in alcuni casi, continuare a impartire ordini. Lo aveva dichiarato il 21 settembre, a margine della conferenza stampa sull’operazione anticamorra che aveva portato a 34 arresti tra Caivano e Casoria.
Gratteri aveva annunciato che in un istituto penitenziario italiano era in corso una sperimentazione, senza rivelarne il nome per ragioni di sicurezza. «La sperimentazione sta andando bene», aveva spiegato, auspicando che il progetto potesse essere esteso almeno agli istituti con detenuti in regime di alta sicurezza.
Tre giorni dopo, il nome del carcere è stato reso noto: si tratta di Secondigliano, a Napoli. La sperimentazione dei jammer, dispositivi che disturbano e inibiscono le frequenze utilizzate per le comunicazioni telefoniche, si è conclusa con successo. L’annuncio è arrivato dal sottosegretario alla Giustizia Alberto Balboni, che ha definito il test riuscito e indicato Secondigliano come il primo istituto penitenziario italiano ad aver sperimentato il sistema.
L’obiettivo: bloccare le comunicazioni illecite
I jammer sono pensati per impedire l’utilizzo dei telefoni cellulari introdotti abusivamente nelle celle. Un problema che, secondo quanto sottolineato da Gratteri, può consentire a esponenti della criminalità organizzata di mantenere i contatti con affiliati e parenti all’esterno, anche per gestire attività illecite.
Il tema era emerso anche nell’inchiesta sfociata nel blitz tra Caivano e Casoria: nel corso delle indagini, secondo quanto riferito, alcuni boss sarebbero riusciti a gestire il traffico di droga anche dal carcere attraverso l’uso dei telefonini.
La sperimentazione di Secondigliano rappresenta dunque un passaggio concreto nel tentativo di contrastare questo fenomeno attraverso strumenti tecnologici. Balboni ha annunciato che l’intenzione è estendere il sistema anche ad altri istituti penitenziari.
L’Uspp: «Un risultato importante, ma servono più agenti»
Soddisfazione è stata espressa dall’Uspp, con il presidente Giuseppe Moretti e il segretario regionale Ciro Auricchio, che hanno accolto positivamente la conclusione della sperimentazione.
Il sindacato sottolinea come i cellulari introdotti illegalmente rappresentino una criticità per la sicurezza degli istituti e per il lavoro quotidiano della Polizia penitenziaria. Per l’Uspp, infatti, questi dispositivi possono essere utilizzati dai detenuti per mantenere contatti con l’esterno e, in particolare, per consentire a soggetti legati alla criminalità organizzata di continuare a impartire disposizioni.
L’organizzazione auspica che Secondigliano non resti un caso isolato, ma costituisca l’avvio di un programma nazionale di progressiva installazione dei jammer.
«Tra Secondigliano e Poggioreale mancano circa 200 agenti»
Accanto al giudizio positivo sulla tecnologia, l’Uspp richiama però l’attenzione sulla carenza di personale. Secondo il sindacato, i dispositivi non sono sufficienti da soli a contrastare l’introduzione illecita di telefoni e droga negli istituti penitenziari: occorrono investimenti nelle strutture, formazione degli operatori e un rafforzamento degli organici.
Moretti e Auricchio ricordano che, tra le carceri di Secondigliano e Poggioreale, mancherebbero circa 200 agenti di Polizia penitenziaria.
La richiesta del sindacato è quindi duplice: estendere una tecnologia ritenuta utile per bloccare le comunicazioni illegali e, allo stesso tempo, garantire al personale le risorse necessarie per svolgere il proprio lavoro in condizioni di sicurezza.
Il test di Secondigliano segna un risultato sul fronte tecnologico. La sfida, adesso, è trasformare la sperimentazione in un intervento strutturale, senza lasciare che il peso della sicurezza penitenziaria ricada soltanto sugli strumenti e sugli agenti già in servizio.











