Una nuova sentenza si inserisce nella lunga e complessa vicenda giudiziaria legata all’omicidio di Angelo Vassallo, il sindaco pescatore di Pollica assassinato il 5 settembre 2010 ad Acciaroli.
Il Tribunale civile di Frosinone ha riconosciuto la responsabilità per diffamazione nei confronti del colonnello dei carabinieri Fabio Cagnazzo e ha condannato al risarcimento Dario e Massimo Vassallo, fratelli del sindaco ucciso, il giornalista e inviato de Le Iene Giulio Golia e Reti Televisive Italiane, società del gruppo Mediaset.
Al centro del giudizio ci sono cinque servizi televisivi dedicati all’omicidio Vassallo e trasmessi su Italia 1 nell’autunno del 2019.
La decisione, pronunciata dal giudice monocratico Luigi Petraccone il 24 agosto, ha accolto parzialmente la domanda risarcitoria presentata dal colonnello.
Il risarcimento da 100mila euro
Il Tribunale ha quantificato in 100mila euro il risarcimento per il danno non patrimoniale, da corrispondere a Cagnazzo.
Alla somma dovranno aggiungersi interessi e rivalutazione monetaria a partire dal 19 novembre 2019, indicato come il giorno della messa in onda dell’ultimo servizio oggetto del procedimento.
La sentenza ha anche stabilito la ripartizione interna delle responsabilità: 40% a Giulio Golia, 40% a Rti e 20% complessivamente ai fratelli Dario e Massimo Vassallo, quest’ultima quota da dividere in parti uguali tra i due.
Per Golia è stata inoltre disposta un’ulteriore somma di 20mila euro a titolo di riparazione pecuniaria, in relazione al ruolo riconosciutogli nella realizzazione dei contenuti televisivi.
Il giudice ha anche disposto la pubblicazione di un estratto della decisione sulla pagina principale del sito de Le Iene per trenta giorni consecutivi, a spese dei soggetti condannati.
Perché i servizi sono stati ritenuti diffamatori
Il cuore della decisione riguarda il modo in cui venne costruita la narrazione televisiva.
Secondo la ricostruzione riportata nella sentenza, i servizi non si sarebbero limitati a raccontare fatti, sospetti e interrogativi relativi alle indagini sull’omicidio del sindaco di Pollica.
Per il Tribunale, l’insieme di immagini, montaggio, commenti fuori campo, domande e accostamenti avrebbe prodotto una rappresentazione capace di indurre lo spettatore a collegare Cagnazzo a ipotesi di traffico di stupefacenti e a presunte attività di depistaggio.
Il giudice ha ritenuto che quella costruzione avesse superato i limiti del diritto di cronaca e della cosiddetta continenza espressiva, arrecando una lesione alla reputazione personale e professionale dell’ufficiale.
Non si tratta, dunque, di una valutazione sulla legittimità in sé di occuparsi del caso Vassallo, ma sul modo in cui fatti, sospetti e responsabilità vennero rappresentati al pubblico.
È questo uno degli aspetti più rilevanti della sentenza: il diritto di cronaca e di inchiesta resta tutelato, ma deve rispettare i principi di verità, pertinenza e continenza, soprattutto quando il racconto giornalistico rischia di trasformare un’ipotesi in una rappresentazione percepita come già accertata.
Le dichiarazioni di Dario e Massimo Vassallo
La sentenza non riguarda soltanto la costruzione giornalistica dei servizi.
Anche alcune dichiarazioni rese da Dario e Massimo Vassallo durante le interviste sono state ritenute lesive della reputazione di Cagnazzo.
Secondo la ricostruzione del Tribunale, i due fratelli non si sarebbero limitati a esprimere dolore, dubbi o critiche sull’andamento delle indagini, ma avrebbero formulato valutazioni idonee a prospettare un coinvolgimento dell’ufficiale in un presunto depistaggio, con riferimento anche a un’annotazione di servizio.
Per Dario Vassallo il giudice ha inoltre considerato il successivo rilancio sui social di alcuni segmenti delle trasmissioni accompagnati da commenti critici.
La posizione di Francesco Avallone
Diversa la posizione di Francesco Avallone, ex fidanzato della figlia di Angelo Vassallo.
Il Tribunale lo ha escluso da responsabilità.
Secondo quanto ricostruito nella decisione, le dichiarazioni attribuite ad Avallone erano state registrate senza che fosse consapevole della successiva diffusione e riguardavano genericamente l’operato dell’Arma, senza riferimenti diretti a Cagnazzo.
Il collegamento con l’ufficiale sarebbe quindi derivato dalla successiva elaborazione giornalistica e dal montaggio del servizio.
Respinte invece altre richieste di Cagnazzo
La vittoria giudiziaria del colonnello non è stata totale.
Il Tribunale ha infatti respinto le richieste relative al danno patrimoniale e al danno biologico permanente, ritenendo non sufficientemente provato il rapporto causale tra i servizi televisivi, un successivo cambio di incarico professionale e i problemi di salute denunciati da Cagnazzo.
La domanda è stata quindi accolta soltanto in parte.
Il caso si intreccia con l’omicidio di Angelo Vassallo
La sentenza civile arriva mentre resta aperto un altro fronte, molto più delicato: quello dell’inchiesta penale sull’assassinio del sindaco pescatore.
Angelo Vassallo venne ucciso la sera del 5 settembre 2010, a pochi metri dalla sua abitazione di Acciaroli.
Cagnazzo era stato coinvolto nell’inchiesta della Procura di Salerno e aveva affrontato accuse molto gravi.
Il 27 marzo 2026, però, il gup del Tribunale di Salerno ha pronunciato nei suoi confronti una sentenza di non luogo a procedere, prosciogliendolo dalle accuse che gli erano state contestate nell’ambito del procedimento.
Nello stesso procedimento sono invece stati rinviati a giudizio l’ex brigadiere dei carabinieri Lazzaro Cioffi e l’imprenditore Giuseppe Cipriano, mentre Romolo Ridosso ha scelto il rito abbreviato. Giovanni Cafiero deve invece rispondere delle contestazioni relative agli stupefacenti.
La Procura ha impugnato il proscioglimento
Il capitolo giudiziario che riguarda Cagnazzo, tuttavia, non può ancora considerarsi definitivamente chiuso.
L’8 maggio la Procura di Salerno, in accordo con la Procura generale, ha presentato appello contro la decisione del gup.
I magistrati hanno chiesto alla Corte d’Appello di disporre il rinvio a giudizio del colonnello per il concorso nell’omicidio di Angelo Vassallo e per la contestazione associativa legata allo spaccio di stupefacenti.
Sarà quindi la Corte d’Appello a valutare l’impugnazione.
Questo passaggio è fondamentale per comprendere correttamente il quadro: la sentenza civile di Frosinone non stabilisce nulla sulla responsabilità per l’omicidio di Angelo Vassallo.
Stabilisce invece che, nei servizi televisivi esaminati, la rappresentazione della posizione di Cagnazzo ha leso la sua reputazione.
Allo stesso modo, il proscioglimento pronunciato a marzo è stato impugnato e sarà oggetto di una nuova valutazione giudiziaria. Si tratta, dunque, di procedimenti distinti, con oggetti e regole differenti.
Una vicenda giudiziaria che continua a produrre conseguenze
A quasi sedici anni dall’omicidio di Angelo Vassallo, la sua morte continua così a generare procedimenti, contrapposizioni e sentenze.
Da una parte resta la necessità, per la famiglia e per l’opinione pubblica, di arrivare a una verità definitiva su chi abbia deciso e realizzato l’omicidio del sindaco pescatore.
Dall’altra esiste il diritto di ogni persona coinvolta in un’inchiesta a non essere rappresentata come colpevole prima che quella responsabilità sia accertata nelle sedi giudiziarie.
La sentenza di Frosinone interviene precisamente su questo secondo terreno.
Non cancella le domande sull’omicidio Vassallo, non modifica gli accertamenti che la magistratura salernitana sta ancora portando avanti, ma pone un limite preciso al racconto pubblico delle indagini: il sospetto può essere raccontato, l’ipotesi può essere approfondita, il potere può essere sottoposto a domande anche durissime. Ma tra un sospetto e una responsabilità accertata esiste una distanza che il giornalismo non può ignorare.
Ed è proprio dentro quella distanza che, sedici anni dopo, continuano a muoversi sia la ricerca della verità sull’assassinio di Angelo Vassallo sia le battaglie giudiziarie nate intorno a uno dei casi più complessi e controversi degli ultimi anni in Campania.











