Secondo gli ultimi dati, in Italia circa il 10,2% degli occupati, pari a più di 2,5 milioni di persone, rientra nella categoria dei “working poor”, cioè persone che pur avendo un lavoro guadagnano meno del 60% del reddito mediano nazionale e sono quindi esposte al rischio di povertà.
Anche tra chi lavora a tempo pieno la situazione non è rassicurante: circa il 9% dei full-time risulta sotto soglia di reddito adatta a garantire una vita dignitosa.
Nel 2024, la percentuale della popolazione italiana a rischio di povertà o esclusione sociale è salita al 23,1%: in pratica quasi 1 persona su 4.
Questo significa che non solo disoccupati o inattivi, ma anche lavoratori, soprattutto con stipendi bassi o contratti instabili, si trovano oggi in difficoltà economica.
Molti sono dipendenti o autonomi con redditi medi o bassi, magari con contratti precari o part-time. In questi casi il lavoro diventa una trappola: non basta per garantire i bisogni essenziali.
Diverse famiglie, pur con uno o più occupati, arrivano con difficoltà a fine mese: rincari, inflazione, costi della vita elevati erodono il potere d’acquisto.
Alcuni lavoratori si trovano comunque sotto la soglia di povertà relativa, segno che il salario non è proporzionato al costo reale della vita.
Il fenomeno dei “working poor” ha implicazioni profonde per la società. Il lavoro non garantisce più sicurezza economica né la dignità che storicamente gli si attribuiva. Cresce la fragilità sociale: famiglie costrette a rinunce, tagli nelle spese essenziali, difficoltà nel far fronte a emergenze. Si amplia la disuguaglianza: chi ha contratti stabili e salari adeguati riesce a mantenere un tenore di vita dignitoso, per tutti gli altri il divario sociale diventa sempre più marcato. L’idea che “chi lavora non può essere povero” non regge più. Il reddito da lavoro non è sufficiente, da solo, a garantire protezione.










