Enrico e Mariarca sono due giovani genitori di tre bambini. La prima famiglia ad aprirmi le porte di casa, quando iniziai la mia avventura nel parco Merola di Ponticelli.
Mariarca mi parlò con franchezza: “non siamo santi, ma nemmeno diavoli. Qua dentro c’è di tutto. Quella che entra nel supermercato e nasconde una busta di prosciutto sotto la maglia per dare da mangiare ai figli, quelli che fanno gli inciarmi, quelli che tirano a campare. Ma se tu vieni a lavorare qua per il bene dei nostri figli, la prima che ti aprirà sempre la porta di casa sarò io.”
E così è stato.
Tante altre volte sono entrata in quella casa per bere un caffè o per confrontarmi sulle varie problematiche con Mariarca. E mi ha sempre parlato con schiettezza, senza giri di parole, proponendo una visione lucida della realtà. La sincerità di Mariarca, raramente l’ho ritrovata in altre persone.
Enrico è stato un convinto sostenitore delle iniziative che speravamo potessero portare alla riqualifica di quel rione, in primis il campo di calcio. Mi ha anche accompagnato a Palazzo San Giacomo nei vari incontri con le istituzioni, finalizzati proprio a portare avanti quel progetto.
Enrico e Mariarca, in un rione devastato dal degrado, in cui non avevo niente, neanche una panchina, mi misero a disposizione il loro garage per permettermi di garantire ai bambini del parco un luogo dove disegnare, ma anche mettere nero su bianco idee, sogni, pensieri. Li conservo ancora i disegni dei “miei bambini”.
Le aggressioni che ho subito mentre lavoravo in quel posto, scaturirono dalla gelosia che Mariarosaria Amato, la donna che mi ha picchiato insieme a suo marito, covava per il rapporto che avevo con Mariarca. Tante volte mi aveva invitato a casa sua per fare in modo che potessi capire che quella era la casa più ricca e potente del rione, ma mi ero sempre rifiutata.
Quando sua cognata, Annunziata D’Amico, fu uccisa in un agguato di camorra, vide in quella circostanza il pretesto da cavalcare per consentirmi di capire che era la sua la famiglia più ricca e potente del rione, ostentando quella parentela, insieme a una serie di notizie che pubblicai immediatamente, suscitando l’ira della famiglia D’Amico.
La mattina in cui lei e suo marito, il pregiudicato Raffaele Cirella, mi hanno aggredito, hanno distrutto un sogno condiviso da 159 famiglie. Seppure fossero la netta maggioranza, furono costretti a piegarsi alla volontà dell’unica famiglia dissidente. Seppure non fosse la famiglia più ricca e potente del rione. Non lo era allora e non lo sarà mai.
Mariarca reagì malissimo, picchiò quella donna che aveva osato mettersi tra me e il sogno di una vita migliore per i suoi figli.
I giorni che ho vissuto nel parco Merola insieme a loro resteranno per sempre tra i più belli e felici della mia vita, nonostante tutto. Nel bene e anche nel male.
Quattro anni fa, Mariarca ha iniziato a vegliare dal cielo sui suoi figli. Colta da aneurisma cerebrale mentre era in spiaggia insieme a loro, ha chiuso gli occhi e non li ha mai più riaperti.
Tre sere fa, la camorra ha scippato anche il padre a quei bambini, ormai diventati dei ragazzi. Enrico, condannato a morte da un vincolo di parentela e dal diniego di piegarsi dinanzi al ricatto estorsivo di un boss, denunciando e facendolo arrestare.
“Porto avanti il mio percorso, anche se ho paura”, sono state le ultime parole che mi ha detto, poche ore prima di andare incontro a quel feroce destino.
A me piace immaginarli così, liberi dalle paure e dalle sofferenze, sorridenti e abbracciati, con lo sguardo sempre vigile sui loro figli.
È stato un onore per me, nel bene, ma anche nel male, aver condiviso un pezzo di vita insieme a loro.
“La giornalista”